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di Salvatore Lucente

Il Manifesto, 31 maggio 2026

La storia di Driss Mouaoui, quarantaseienne di origine marocchina, che aspetta assistenza medica adeguata. “Io non voglio uccidermi, io voglio uscire e crescere i miei bambini. Perché sono qui?”. Sono le parole di Driss Mouaoui, quarantaseienne di origine marocchina rinchiuso nel Cpr di Palazzo San Gervasio (Pz) da quasi quattro mesi e privo di assistenza medica adeguata. Ventisei anni in Italia a lavorare - muratore, saldatore, conducente di muletto - moglie e sei figli, cinque di loro nati in Italia, tra Pesaro e Urbino. “Ho fatto un errore, sono stato in prigione, ho pagato, sono uscito, ho chiesto scusa agli italiani, non lo faccio più. Ma questo non è giusto”. Reati minori (resistenza a pubblico ufficiale) che non precludono la permanenza in Italia ma che gli sono costati un anno di carcere e l’impossibilità di rinnovare in tempo il permesso di soggiorno. Così, quando l’8 febbraio scorso usciva di prigione, ad attenderlo c’era il Cpr.

Eppure, con un ricovero presso il reparto di cardiologia dell’Ospedale di Urbino per un infarto nel 2024, aveva diritto a un permesso di soggiorno per motivi di salute. Invece è arrivata una lettera di idoneità a spalancargli le porte del Cpr, che secondo l’avvocato Arturo Covella, che assiste l’uomo, “non ha tenuto conto del quadro clinico, della situazione del Cpr di Palazzo San Gervaso e quindi anche dei servizi sanitari che vengono erogati o non erogati”. I controlli effettuati fino a ora hanno sempre confermato la precarietà delle sue condizioni di salute, la necessità di seguire una terapia farmacologica specifica e, più in generale, uno stile di vita sano. Cosa impossibile già di suo in un Cpr, con l’aggravante che questa terapia secondo quanto riportato non verrebbe somministrata. “Effettivamente avrebbe bisogno di una terapia specifica che però non corrisponde appieno con la terapia somministratagli all’interno del Cpr”, conferma l’avvocato. “Oltretutto dai fogli di somministrazione non si capisce con precisione queste medicine a che ora e in quali quantità vengano somministrate. Lui lamenta di essere rimasto scoperto per due o tre giorni consecutivi perché in infermeria non hanno determinati farmaci”.

Inutili gli appelli e i tentativi di trovare una soluzione legale. Se nessuno dovrebbe essere costretto a vivere il supplizio del Cpr, in questo caso non ci sarebbero nemmeno i presupposti legali, trattandosi di una persona affetta da una cardiopatia ischemica post-infartuale, “una patologia organica cronica ad alto rischio di mortalità e configura un quadro di palese inidoneità alla vita in comunità ristretta”, come ribadito dal dott. Nicola Cocco, esperto in medicina detentiva e delle migrazioni, in una perizia medica di parte datata inizio maggio.

Eppure, nonostante il pregresso clinico, la perizia del medico, le testimonianze dell’interessato e di alcuni suoi compagni di reclusione, fino ad ora non c’è stato niente da fare. Al centro della questione, il parere favorevole del dirigente sanitario responsabile del centro. “Il medico ha scritto che sta bene e può stare nel Cpr, che gli viene prescritta la terapia, che ha fatto una visita cardiologica presso l’ospedale di Melfi e che tutto sommato la situazione è tranquilla”, racconta ancora l’avvocato Covella. La direttrice del centro Enza Cafieri non conferma né smentisce, contattata al telefono dice che “questioni di privacy” non può “fornire informazioni relative alle persone all’interno del Cpr”. Nessun dettaglio nemmeno sul personale medico attualmente in servizio: “Non sono tenuta a fornire queste informazioni”. Ma la voce di Driss continua a uscire dalle mura del Cpr: “Prima mi davano otto pasticche, adesso quattro, quando vengono a misurarmi la pressione dicono che è normale e si arrabbiano perché li ho chiamati. Allora io telefono al Pronto Soccorso”. Per di più, nel modulo in cui è rinchiuso non c’è il campanello. “Loro sono lì, io sto dentro e non posso urlare. Ma se mi succede qualche cosa non lo sanno”.

Non è una denuncia isolata quella dell’uomo marocchino, da tempo la gestione del centro è sotto i riflettori. Basta rileggere il report sull’accesso ispettivo alla struttura del 22 dicembre 2025, effettuato dalla deputata Rachele Scarpa insieme agli avvocati Martina Stefanile e Antonello Ciervo: le condizioni dell’area sanitaria sono “uno dei punti più problematici dell’intera struttura”. A rendere particolarmente critiche le condizioni erano, tra le altre cose, spazi “ridotti, trascurati e igienicamente precari” e ostacoli fisici che “in casi di emergenza, potrebbero rappresentare un ostacolo al trasporto fisico dei cittadini stranieri in infermeria”. Anche questi sono quei “processi di deumanizzazione” cui faceva riferimento il Tribunale di Torino pochi giorni fa sul caso di Moussa Balde, il giovane originario della Guinea morto suicida il 23 maggio 2021. Per questo, prima di trovarsi di fronte ad un’altra morte che si poteva evitare, gli attivisti dell’Assemblea lucana NoCpr hanno lanciato l’ennesimo appello: “Il sistema Cpr si accanisce sui corpi e le menti delle persone rinchiuse. Si moltiplica l’abuso di psicofarmaci, si umilia attraverso la derisione, la violenza sistematica, la negazione di assistenza sanitaria chi giustamente prova a difendere i propri diritti”.