di Luigi Manconi
La Repubblica, 11 agosto 2020
Le tappe che hanno portato alla realtà odierna sono rappresentative di due processi: la produzione di una condizione di marginalità sociale e la mobilitazione dell'ansia collettiva intorno a essa e contro di essa. Fino alla costruzione di un perfetto capro espiatorio: lo straniero untore.
A voler essere sofisticati, si può parlare di una profezia che si auto-adempie. O, ancora, del tristo risultato perseguito da apprendisti stregoni, per poi menarne scandalo e trarne una qualche moneta elettorale. La vicenda della ex caserma Serena di Treviso è davvero esemplare di cosa significhi l'imprenditoria politica della paura e dell'allarme sociale.
I dati: in quella struttura vivono da anni 281 stranieri; e vi operano 25 tra dipendenti e volontari; e, a meno di due mesi dai primi casi, 246 ospiti e 11 lavoratori sono risultati positivi al Covid 19. Di conseguenza, si comprende l'inquietudine per quello che è il più grande focolaio sul territorio nazionale. Meno, assai meno, è accettabile la speculazione che, intorno a tale situazione, viene alimentata da più soggetti, politici e mediatici. E, tra essi, i maggiori responsabili della condizione in cui si trova quell'assembramento di esseri umani, costretti all'interno di un edificio fatiscente.
Come si è giunti allo sviluppo di un focolaio pandemico che assume, allo stesso tempo, la fisionomia simbolica di un lazzaretto conficcato alla periferia di Treviso e quella di un avamposto dell'invasione straniera in Italia? Le tappe che hanno portato alla realtà odierna sono rappresentative di due processi: la produzione di una condizione di marginalità sociale e la mobilitazione dell'ansia collettiva intorno a essa e contro di essa. Fino alla costruzione di un perfetto capro espiatorio - lo straniero untore - sul quale proiettare pulsioni e paranoie.
Eppure, si tratta di un agglomerato di numerosi nuclei familiari, di persone che lavorano e che studiano e dove si trova un positivo livello di integrazione. Non "clandestini appena sbarcati", dunque, bensì stranieri faticosamente impegnati in un percorso di accesso al sistema di cittadinanza. Non troppo dissimile ma ancora più drammatica è la situazione dell'ex caserma Cavarzerani, nelle vicinanze di Udine: circa 500 stranieri, tra i quali molti arrivati da pochi giorni. In entrambi i casi, emerge il dato di una vasta aggregazione di individui, dove la promiscuità incentiva la diffusione del contagio; e rende pressoché impossibile l'adozione di adeguate misure precauzionali. A ciò si è arrivati attraverso una sequenza di scelte politiche dovute, in primo luogo, al governo Conte 1 e all'allora ministro dell'Interno Salvini.
Ecco i successivi passaggi: 1) smantellamento dello Sprar, ovvero del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, consistente nella distribuzione degli stranieri per famiglie o piccoli gruppi all'interno di comunità capaci di accoglierli e incentivate a farlo;
2) drastica riduzione degli investimenti economici in quella strategia, che ha portato all'impoverimento delle politiche di accoglienza e al licenziamento di centinaia di operatori (risorsa essenziale per il complessivo sistema di welfare italiano);
3) ridimensionamento, fino alla cancellazione, dei corsi per l'apprendimento della lingua italiana e di quelli di formazione professionale;
4) mancata realizzazione di strutture per "l'isolamento fiduciario" nel periodo della quarantena, secondo quanto previsto dal decreto del ministero della Salute di metà marzo.
Ecco, è questo meccanismo in quattro tempi che produce lo stato di emergenza e un diffuso panico morale. E proprio considerando la dinamica che ha portato alla creazione di quei due focolai pandemici, si nota come il rapporto causa-effetto non si fondi su una comprovata equazione "straniero uguale contagio" bensì sul travisamento intenzionale dei dati di realtà. E su una fallimentare politica migratoria, voluta innanzitutto dal ministro Salvini e non radicalmente modificata dal successivo governo giallo-rosso.
Ciò ha creato, negli ultimi tre anni, le condizioni più favorevoli al manifestarsi della xenofobia. Che non è un sinonimo di razzismo e non è destinata a tradursi fatalmente in razzismo ma esprime sentimenti di diffidenza e di angoscia nei confronti dello straniero e di ciò che appare sconosciuto. La politica dei grandi centri diaccoglienza - dell'addensamento di migranti e profughi in luoghi congestionati, dell'impoverimento delle misure di inclusione - è la causa prima della diffusione del contagio. E ne sono conseguenza l'incapacità di adottare efficaci misure di quarantena, la riluttanza di una parte degli stranieri a farle proprie, il sottrarsi al monitoraggio e il rifugiarsi in uno stato di semi-clandestinità. Insomma, chi oggi grida all'incendio ha svolto fino a ieri un'alacre attività di piromane e non sembra intenzionato a smetterla. Il forte romanzo di Gesualdo Bufalino trattava di altro (pur se vi si trovavano morbo e quarantena), ma quel titolo - Diceria dell'Untore - sembra pensato proprio per qualche leader sovranista, imbolsito e appannato.










