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di Annalisa Cuzzocrea

La Stampa, 10 gennaio 2023

Non è forse un bivio immediato, ma è un bivio. Che a Giorgia Meloni è stato posto davanti prima dal leader del Ppe Manfred Weber e poi, ieri, dalla presidente della commissione europea Ursula von der Leyen. Con chi vuole stare davvero in Europa la presidente del Consiglio di uno dei Paesi fondatori dell’Ue? Da chi pensa di poter ricevere più aiuto? Dal blocco di Visegrad che ha perso - si stanno autoincenerendo - i suoi punti di riferimento mondiali: Putin, Trump, Bolsonaro, o dal blocco dei popolari il cui aiuto, dal gas ai migranti, è sicuramente più spendibile ora che è al governo?

Finora Meloni non ha voluto in alcun modo rinnegare la sua vicinanza ai polacchi di Mateusz Morawiecki o agli ungheresi di Viktor Orban, tanto da far votare il suo gruppo - al Parlamento europeo - contro le sanzioni al governo di Budapest per le sue riforme illiberali e antidemocratiche. Ma è un fatto che gli amici della premier italiana siano, in questo momento, inservibili per il nostro Paese. Sulla questione del price cap al prezzo del gas, l’unico strumento che - ammesso che funzioni - può salvare l’Italia dalla morsa dei prezzi energetici unita a quella dell’inflazione, certo non ha aiutato Orban che resta il leader europeo più vicino a Vladimir Putin.

E l’ungherese non aiuterà, così come non lo faranno Polonia, Repubblica Ceca o Slovacchia, neanche sulla questione migranti che il governo italiano sventola come fosse un’emergenza tutte le volte che ce ne sono da affrontare di reali. Tra i punti fondamentali dell’incontro con la presidente della Commissione europea ieri ci sono stati gli avanzamenti del Migration pact, il nuovo patto europeo per le migrazioni e l’asilo che promette di superare i meccanismi del regolamento di Dublino e di sancire una volta per tutte il principio della solidarietà con i Paesi di primo approdo.

Quel patto però è stato bloccato fin dalla sua nascita, nel 2020, proprio dagli Stati di Visegrad e da coloro che la leader di Fratelli d’Italia considera alleati. Un giorno dopo l’annuncio di von der Leyen, che aveva detto “abbiamo bisogno di procedure eque e rapide e di un meccanismo permanente e giuridicamente vincolante che garantisca la solidarietà”, il premier ungherese Orbán, il ceco Andrej Babis e il polacco Mateusz Morawiecki (lo slovacco Igor Matovič si era fatto rappresentare dalla Repubblica Ceca) sono volati a Bruxelles per dire: non se ne parla nemmeno. Quel che serve è chiudere i confini dell’Europa. Chiudere il mare. Fermare le partenze. La stessa ricetta che la destra ha portato in campagna elettorale ben sapendo quanto fosse inattuabile.

L’ostruzionismo dei sovranisti è continuato in questi anni e c’è da scommettere che continuerà, anche se le istituzioni europee hanno sottoscritto una road map che dovrebbe portare a un accordo prima delle prossime elezioni europee, nella primavera del 2024. Ed anche se del patto sulle migrazioni è già previsto che si parli al Consiglio europeo straordinario del 9-10 febbraio. Del resto, che le altre soluzioni - il blocco navale e gli hotspot per dividere i migranti economici dai profughi nei paesi di partenza - siano inattuabili, lo dimostra quel che è riuscito a fare finora il governo italiano che, secondo il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, è “sulla strada giusta”: un decreto anti Ong il cui unico effetto reale è lasciare sguarnito per più tempo il tratto di mare che separa le coste africane dalle nostre, assegnando di volta in volta alle navi che salvano i naufraghi porti sempre più lontani in condizioni meteo sempre più difficili. “I nostri tecnici hanno valutato che si poteva fare”, ha risposto ieri Piantedosi a chi gli ha sottoposto le difficoltà della Geo Barents - con a bordo 73 persone di cui 16 minori non accompagnati - a raggiungere il porto di Ancona. Quattro giorni di navigazione per persone ferite, torturate, alcune vive per miracolo.

Non si può chiudere il mare, non si possono chiudere nemmeno i porti (il processo a Matteo Salvini è lì a dimostrarlo), allora si inventano regolamenti sempre più tortuosi per rendere i salvataggi più difficili. Di fatto, per fare in modo che d’ora in poi ce ne siano di meno. E’ questo il patto per le migrazioni in salsa italiana, ma nonostante il cinismo che lo sottende non soddisferebbe gli alleati sovranisti di Meloni ancora fermi a: non devono partire. Così Meloni ha ora la forza elettorale per scegliere da che parte stare. Von der Leyen è considerata in campagna elettorale, sebbene non l’abbia lanciata ufficialmente, per una sua rielezione a Bruxelles. Il progetto di Weber invece - che tra i popolari è uno dei rivali della presidente della Commissione - è quello di staccare i partiti conservatori più “moderati” o presunti tali dai falchi polacchi. Che possa davvero riuscirci con Fratelli d’Italia, è tutto da dimostrare. Che ci stia provando, e che in qualche modo lo stia facendo anche Ursula von der Leyen, è invece lampante.

C’è poi una questione più larga che riguarda il destino dell’Europa. Al convegno che ieri, a Roma, ha ricordato la figura di David Sassoli, morto prematuramente un anno fa, l’11 gennaio del 2022, Romano Prodi ha ripetuto quella che è da anni la sua idea: perché l’Europa progredisca sul piano della politica estera, e quindi anche su quello della crisi migratoria, c’è bisogno che vada a due velocità. Che un blocco di Paesi si faccia avanguardia del cambiamento, e quei Paesi non possono che essere Francia, Germania, Italia e Spagna. Se fosse questa la strada da seguire anche per il governo più di destra che l’Italia abbia conosciuto dalla nascita della Repubblica, incidenti come quelli con la Francia - proprio sui migranti - non dovranno più ripetersi. A quel convegno ha parlato fuori programma il ministro degli Esteri Antonio Tajani, mentre quello delle Politiche europee Raffaele Fitto, cui Meloni ha affidato praticamente tutto in Ue, era seduto in prima fila.

E’ stato uno scrittore, Paolo Rumiz, a rivelare ieri uno degli aspetti più profondi dell’europeismo di Sassoli. L’ex presidente del Parlamento di Strasburgo ricordava spesso la radice mitologica femminile di Europa: il solo continente, la sola “potenza” a poter “vantare come eroina una donna, fragile, che aveva attraversato il mare con paura”. Ricordava quindi quanto la storia delle migrazioni coincidesse con la stessa identità europea. Qualche anno fa di fronte allo scandalo di Lesbo, dove migliaia e migliaia di rifugiati aspettavano il disco verde per entrare in Europa, Sassoli parlò dell’assurdità di un’Unione europea “nata da esiliati, su un’isola, Ventotene, che rischia di morire in un’altra isola, nel cuore di altri esiliati”. Valeva allora per Lesbo, così come vale ancora per tutto il Mediterraneo. Non basterà un patto per le migrazioni a far sì che l’Europa prenda un’altra strada, ma sarebbe davvero il momento di cominciare a cercarne una realistica. Possibilmente, anche più umana.