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di Alessia Candito

La Repubblica, 11 marzo 2025

Sottoposto a accertamenti medici solo quando il cancro al pancreas che lo divora è diventato incurabile. L’europarlamentare di Avs e sindaco della cittadina calabra: “Gli restituiamo dignità. E poi faremo un esposto”. Un posto per morire. Nella pace che può concedere un tumore al quarto stadio che dal pancreas si è diffuso divorando viscere e midollo. Nel calore di un posto in cui straniero non è nessuno. Habashy Rashed Hassan Arafa alla fine ha chiesto solo questo, perché non gli rimane altro, neanche i giorni necessari per tornare un uomo libero. Condannato a cinque anni come “capitano” di una delle tante carrette che attraversano il Mediterraneo, solo quando il cancro che lo stava divorando è arrivato al quarto stadio ha avuto la grazia di un’ecografia che lo accertasse. Solo adesso che sta per morire ha potuto lasciare il carcere e andare a Riace, che gli ha aperto le porte. “Non abbiamo esitato un secondo. I suoi più elementari diritti umani sono stati violati. Gli restituiamo almeno la dignità”, spiega il sindaco e europarlamentare di Avs Mimmo Lucano.

Un esposto per accertare le responsabilità - “Abbiamo raccolto tutta la documentazione medica e legale e presenteremo presto un esposto per accertare quello che è successo”, annuncia. “Il vero killer che si dovrebbe processare è l’articolo 12, il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, che è diventato l’alibi per sbattere in galera persone e lasciarle lì a marcire, per creare nemici dove non ce ne sono”.

La terapia del dolore - Parla da Riace Lucano, ha la valigia pronta per andare a Strasburgo per i lavori parlamentari ma tentenna. Sa che per Habashy sono gli ultimi giorni. A chi si alterna al suo capezzale raccomanda: “Se la situazione precipita, chiamate. Io torno”. A lui ha detto solo “ciao, ci vediamo presto”, ma non è detto che lo abbia sentito. La terapia del dolore, cocktail di oppiodi che permette ai malati terminali quanto meno di non andar via tra tormenti lancinanti, lo precipita in un dormiveglia quasi permanente.

Il calvario di Habashy - Egiziano, Habashy ha 52 anni, ma il suo viso e il suo corpo ne mostrano molti di più. Gli ultimi cinque li ha passati in carcere ad Aghillà, periferia nord di Reggio Calabria, con l’accusa di essere un capitano, stigma ormai quasi standard per chi è costretto a attraversare il mare su una bagnarola per salvarsi la vita. E standard è stato il percorso: il fermo dopo lo sbarco, zero mediatori che gli spiegassero la sua situazione e i suoi diritti, tre processi attraversati rapidamente assistito da un avvocato d’ufficio di cui non sa dire neanche il nome. “Ricordo solo che aveva i capelli lunghi”, ha raccontato con voce flebile a Lucano con il supporto degli altri rifugiati e richiedenti asilo che a Riace hanno trovato casa. “Ha detto che per la prima volta in cinque anni è riuscito a esprimersi perché in carcere non c’era nessuno che parlasse la sua lingua a cui spiegare la sua situazione”.

La sentenza inappellabile della diagnosi - Stava male da tempo Habashy. E cercava di farlo capire. “Mi ha raccontato che indicava il fianco e la schiena, ma nessuno lo ascoltava”, racconta Lucano. A gennaio, le sue condizioni disperate sono diventate inequivocabili. Con fegato e pancreas mangiati dalle metastasi e la bilirubina alle stelle, “aveva giallo anche il bianco degli occhi”. Il medico del carcere di Arghillà ha ordinato accertamenti medici esterni, ecografia e tac hanno risposto con una sentenza non appellabile: cancro al quarto stadio con metastasi diffuse. Inoperabile. Incurabile. Il Tribunale di sorveglianza dichiara l’assoluta incompatibilità del detenuto con il regime carcerario, ma prima di allora mai il suo caso era stato portato alla loro attenzione.

Un posto per morire - Per lui però ormai c’è poco da fare. L’unica strada è permettere al paziente di andare via con dignità e non straziato da dolori lancinanti. Negli ospedali calabresi formalmente dichiarati in stato d’emergenza non è facile. Perché i posti sono pochi, l’utenza enorme, spunta un letto all’ospedale di Locri, dove i medici possono solo allargare le braccia. Un ricovero in hospice potrebbe essere una soluzione dignitosa, ma anche lì non c’è posto. È il primario del reparto di Oncologia a rivolgersi a Mimmo Lucano, chiedendo supporto, tetto e conforto per un uomo che non ha niente, non può contare su nessuno. L’avvocato Andrea Daqua, che ha assistito Lucano nel suo lungo calvario giudiziario, si attiva per carte e permessi, il 2 marzo l’ambulanza si inerpica per le strette curve che portano al borgo antico di Riace.

Gli ultimi giorni di Habashy - Habashy non può camminare, riesce a stento a parlare. Si alza dal letto solo per raggomitolarsi quasi a voler comprimere quelle fitte che gli tolgono il respiro. Gli hanno chiesto se volesse contattare la famiglia, i cinque figli che non vede da quattro anni, ma ha detto di no. “Non voglio che mi vedano così, avevo promesso a tutti che dall’Italia li avrei aiutati”. E invece. A Riace non lo lasciano mai solo. È in una casa del “villaggio globale”, il cuore antico del borgo e del progetto di accoglienza che ha trasformato un paese svuotato in un modello studiato in tutto il mondo e finito persino sulla copertina di Forbes prima che tutto venisse cancellato - illegittimamente, ha stabilito il Consiglio di Stato - dal Viminale di Salvini.

Lucano: “Giustizia per lui e tutti gli altri come lui” - “Non possiamo fare altro che accompagnarlo in questo ultimo tratto”, dice Mimmo Lucano, “ma anche dopo non ci fermeremo. Tutti gli specialisti con cui ho parlato mi hanno confermato che un tumore non arriva al quarto stadio dalla sera alla mattina, quindi vogliamo capire come sia stato possibile che le condizioni di questa persona siano state ignorate per tutto questo tempo e verificare che non ci siano altri nella stessa situazione. C’è stata un’evidente violazione dei più basilari diritti umani”. Dovesse essere necessario, a Riace, Habeshy troverà casa anche dopo. “Abbiamo contattato l’ambasciata egiziana perché informi la famiglia”, spiega il sindaco di Riace, “saranno loro a decidere cosa fare quando tutto sarà finito. Altrimenti ce ne occuperemo noi. Non è la prima volta, noi non lasciamo indietro nessuno”.