di Tiziano Rossetti e Maso Notarianni*
Il Manifesto, 20 giugno 2025
Ringraziamo l’ammiraglio Vittorio Alessandro per avere reso pubblica una riflessione che da tempo sta facendo chi naviga con lo scopo di monitorare la drammatica situazione che vede sempre alto il numero di naufraghi da soccorrere e di imbarcazioni a cui prestare aiuto nel mediterraneo. Il Governo ha cambiato strategia, fermando non solo le navi da soccorso delle Ong, ma anche fermando o, con i consueti cavilli burocratici, ostacolando le “piccole” imbarcazioni che la società civile utilizza per monitorare gli accadimenti e sostenere e aiutare i naufraghi in attesa di soccorsi adeguati. Le leggi sono molto chiare, ci sono trattati e accordi sovranazionali - che pure l’Italia, e i Paesi che fanno parte di Frontex hanno sottoscritto e a cui dovrebbero attenersi - che dettano chiaramente quali debbano essere le linee di azione anche per le unità da diporto di piccole dimensioni. Queste regole, di queste leggi, sono materia di interrogazione per l’esame per la patente nautica.
Il soccorso in mare è sempre obbligatorio. Soccorso non vuole dire necessariamente il trasbordo di naufraghi sulla propria imbarcazione. Implica tutto quello che serve a diminuire il rischio di chi si trova in difficoltà. È anche obbligatorio per i comandanti di qualsiasi tipo di unità (piccola, grande, da diporto o commerciale che sia), avendo ricevuto una segnalazione di imbarcazione in pericolo rilanciare la segnalazione facendo in modo che ci si rechi il più rapidamente possibile verso l’imbarcazione in difficoltà. Le segnalazioni viaggiano sul canale sedici VHF, su cui devono obbligatoriamente essere sintonizzate le radio che le imbarcazioni omologate per andare in mare aperto hanno a bordo. Chi le riceve le deve rimandare: si chiama Mayday Relay, e capita troppo spesso che Frontex non si attenga a quest’obbligo.
Il soccorso è dunque un obbligo sancito, oltre che dalla antichissima legge del mare, anche da trattati (dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare alla Convenzione di Amburgo sulla ricerca ed il salvataggio marittimo) a cui tutti gli Stati e i Governi si devono attenere. Quelle leggi dicono che le autorità marittime devono (non possono, devono) intervenire il più celermente possibile per portare aiuto a chi sta soccorrendo. E anche questo accade sempre meno spesso nel Mediterraneo. Nel caso del naufragio di Cutro, ad esempio, non è accaduto.
Obbligo per i comandanti è anche quello di recarsi verso il posto sicuro più vicino. Per le imbarcazioni di piccole dimensioni che siano state costrette a imbarcare naufraghi, il posto sicuro più vicino potrebbe essere temporaneamente anche un’altra nave, più grande, stabile e dunque più sicura, la quale avrebbe a sua volta il dovere di dirigersi verso il POS più rapido da raggiungere. Ma secondo i decreti emanati dal governo, per fare un trasbordo da una barca meno ad una più sicura ci vuole un’autorizzazione che non viene data o viene data con ritardi rischiosissimi.
Il comandante del primo assetto che arriva sul distress è in quel momento l’autorità delegata al soccorso, e in base alle sue valutazioni (le condizioni meteomarine, le condizioni dell’imbarcazione in difficoltà, il tempo di arrivo previsto di altri assetti navali) stabilisce se, come, quando e perché diventa necessario imbarcare naufraghi.
Esistono quindi i regolamenti da seguire per decidere se, come, dove e quando una imbarcazione di dimensioni ridotte della società civile debba prestare aiuto e soccorso, ed è il governo italiano che non li rispetta. Dovrebbero essere il governo italiano e quelli europei a non considerare la cosiddetta guardia costiera libica, e il cosiddetto Centro di Coordinamento libico come interlocutori. Il fatto di respingere i naufraghi in braccio ai libici è evidentemente inaccettabile anche per i tribunali italiani. La stessa richiesta di selezionare i vulnerabili è per diritto inaccettabile e non è il nostro lavoro: coloro a cui portiamo assistenza e che in caso di necessità prendiamo a bordo sono tutti naufraghi. Il nostro ruolo è diventato oggi mantenere effettivo il diritto di essere soccorsi.
In questo quadro, ordinare a una barca a vela nei pressi di Lampedusa di andare fino - ad esempio - a Porto Empedocle con decine di persone a bordo significa mettere in pericolo naufraghi ed equipaggio, ed è anche irragionevole in quanto contrario al principio dello sbarco nel next Place of safety.
*Comandante e Capomissione Tutti gli occhi sul Mediterraneo











