di Giansandro Merli
Il Manifesto, 28 maggio 2026
Sono oltre 110. Il diritto d’asilo in Europa è a rischio. Eurostat ha pubblicato la tabella con le nazionalità a cui gli Stati membri dovranno applicare obbligatoriamente le procedure accelerate di frontiera dopo l’entrata in vigore del Patto migrazione e asilo (il 12 giugno). Si tratta di un iter speciale sulla domanda d’asilo: va concluso in 12 settimane e prevede la finzione di non ingresso nel territorio nazionale. Il migrante, in pratica, è considerato ancora sul confine anche se si trova in Italia e deve rimanere a disposizione dell’autorità, con misure restrittive che vanno dall’obbligo di dimora al trattenimento.
Queste procedure possono valere per chi è originario di un paese “sicuro”, ma devono essere applicate alle nazionalità che a livello europeo presentano tassi di riconoscimento della protezione internazionale pari o inferiori al 20%. Sono appunto quelle incluse nella tabella Eurostat.
Questa non comprende Afghanistan o Siria, per ora, che sono in testa alle classifiche Ue per richieste d’asilo. Né Somalia, Eritrea, Etiopia, Sudan. Tra gli Stati che interessano all’Italia ci sono, come previsto, Bangladesh, Pakistan, Tunisia, Egitto e Algeria. I paesi presenti sono tantissimi, oltre 110 (tra loro la Russia). Compresi alcuni - per esempio Bielorussia, Camerun, Cina, Costa Rica, Libia o Yemen - che in prima istanza hanno tassi di accoglimento sopra il 20%, ma non altrettanto nella fase dei ricorsi. Il regolamento Ue sulle procedure si basa solo sulle decisioni amministrative, quelle che in Italia vengono prese dalle Commissioni territoriali che dipendono dal Viminale, ma prevede alcune deroghe in casi di vulnerabilità, scarsa rappresentatività percentuale o “differenze significative tra decisioni di primo grado e decisioni definitive”, dopo l’appello davanti al giudice.
In questo caso l’autorità amministrativa oppure il tribunale caso per caso possono far rientrare alcune persone nelle procedure ordinarie. Bisogna registrare, però, che l’espressione “differenze significative” non è quantificata. Se si riferisse a una percentuale superiore al 20% riguarderebbe solo Repubblica Dominicana, Gabon, Sri Lanka, Ruanda e Sud Africa. Eppure un bengalese su undici e un nigeriano su nove tra quelli che fanno ricorso vedono il diniego in primo grado ribaltato. Non sono pochi. Al di là delle cifre, comunque, i problemi sono a monte. Il primo, sollevato tempo fa dalle associazioni, è che la protezione umanitaria garantita su base nazionale, spesso con tassi più alti rispetto a quella internazionale, non viene considerata per i calcoli delle percentuali. In Germania, Spagna e Italia - tra i paesi con maggiori richieste d’asilo - i numeri sono significativi. In Italia, tra l’altro, quella forma di protezione si radica nell’art. 10 della Costituzione. Alcune nazionalità, poi, sono concentrate in pochi Stati Ue che adottano policy con un alto numero di dinieghi. Per esempio i cittadini della Repubblica democratica del Congo che vivono prevalentemente in Francia. “Il problema della qualità delle decisioni riguarda diversi paesi Ue - afferma Eleonora Testi, senor legal officer del Consiglio europeo per i rifugiati e gli esuli - Il dato generale, comunque, è che una quantità eccezionale di persone finirà nelle procedure accelerate”. Procedure che abbattono i diritti molto prima che la persona possa farli valere davanti a un’autorità giudiziaria indipendente.










