di Giansandro Merli
Il Manifesto, 19 giugno 2025
I giudici ribadiscono: i libici non possono essere considerati autorità Sar, la Libia non è un porto sicuro. La Corte d’appello di Catanzaro dà un’altra mazzata alla legge anti-ong firmata Piantedosi. Confermando l’impianto della sentenza di primo grado, da un lato smonta le accuse mosse dal Viminale alla ong Humanity e dall’altro ribadisce che i libici non possono essere considerati autorità che partecipa legittimamente ai soccorsi. “Rispetto ad altre sentenze la Corte aggiunge che tale dato vale a prescindere dalle condotte concrete, dunque a prescindere dall’uso della violenza come nel caso in questione. Perché la Libia non può mai essere considerata un luogo sicuro di sbarco”, spiega Giulia Crescini, legale della ong.
L’affermazione dei giudici si basa sulle convenzioni che regolano il diritto del mare, sui rapporti delle più rilevanti organizzazioni internazionali e sulla giurisprudenza ormai granitica dei tribunali superiori, dalla Cassazione alla Cedu. Queste convergono sull’illegalità di rimandare le persone a Tripoli. Il fatto che nel 2017, su spinta del duo Gentiloni-Minniti, la Libia abbia istituito una propria zona Sar (di ricerca e soccorso) notificandola all’Organizzazione marittima internazionale non cambia nulla sul punto, come invece pretendeva l’avvocatura dello Stato. “Assume valore dirimente non solo l’adesione di uno Stato alla Convenzione Sar, quanto la possibilità che questo sia in grado di garantire, in concreto ossequio a quanto in essa previsto, un posto sicuro di sbarco dei naviganti in pericolo”, scrive la Corte.
Il caso nasce dal soccorso in acque internazionali di 77 persone realizzato dalla Humanity-1 il 2 marzo 2023. Durante le operazioni erano intervenuti i libici sparando e scatenando il panico. “L’esplosione di colpi di arma da fuoco da parte della motovedetta libica costituisce più che un elemento di sospetto circa i metodi utilizzati e la sicurezza dei naviganti”, si legge nella sentenza. All’arrivo a Crotone la nave umanitaria era stata comunque sequestrata. Accusata, in base al dl Piantedosi di gennaio 2023, di aver violato le indicazioni di Tripoli e creato situazioni di rischio. In appello il Viminale ha sostenuto perfino che il barcone di migranti non fosse in pericolo (tesi trita e ritrita sempre sconfitta in tribunale: è pacifico che tutti i mezzi che viaggiano in quelle condizioni possono naufragare). Del resto le autorità italiane non hanno fornito alcuna prova a supporto delle proprie tesi, mentre l’ong ha depositato numerosi documenti utili a dimostrare di aver agito correttamente.
La Corte ha dato ragione al Viminale solo sulla riformulazione delle spese legali. Magra consolazione di una decisione che consolida la giurisprudenza favorevole alle ong, in attesa che la Corte costituzionale dia un giudizio di legittimità sulla norma. C’è da osservare, comunque, che al di là degli esiti processuali la legge Piantedosi mette comunque i bastoni tra le ruote ai salvataggi: le ong possono vincere i singoli processi, ma i fermi amministrativi continuano. E restano i porti lontani, ora estesi anche alle piccole imbarcazioni nel nuovo fronte della guerra alle ong vessate da governi di diverso colore. Ieri, nella giornata mondiale del rifugiato, le organizzazioni umanitarie hanno diffuso un dato: nei suoi dieci anni di attività la flotta civile, entrata in azione nel Mediterraneo centrale dopo la fine di Mare Nostrum, ha salvato oltre 175mila persone.











