di Francesco Grignetti
La Stampa, 4 luglio 2019
Il Guardasigilli del M5S Bonafede chiede una tregua. Ma il leghista rincara: "Su Carola decisione politica". È un Matteo Salvini scatenato, che per l'intero giorno si slancia irridente contro la magistrata di Agrigento che ha scarcerato Carola, contro l'Anm, contro le Ong, contro l'opposizione.
Fa dirette Facebook, ma usa toni durissimi anche dai banchi del governo a Montecitorio. Una frase per tutte: "È una sentenza vergognosa. Una scelta incredibile con motivazioni incredibili. Una motovedetta della Gdf non è una nave da guerra? È un pedalò? C'è una legge, chi se ne frega".
È talmente scatenato da ipotizzare una riforma complessiva della magistratura, di cui vorrebbe cambiare tutto: accesso, percorsi formativi, progressione di carriera (e si sa che il vicepremier spinge per una separazione delle carriere). Tanta foga mette in imbarazzo i partner di governo. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede tenta di frenarlo: "Non voglio fare polemiche, ma dal mio punto di vista l'autonomia e l'indipendenza della magistratura sono valori sanciti dalla nostra Costituzione, che vanno rispettati. Ciascuno può essere d'accordo o no con una decisione della magistratura, ci mancherebbe, ma non si dovrebbe arrivare ad attaccare il singolo magistrato parlando di togliersi o non togliersi la toga, di candidarsi in politica".
Bonafede non intende assolutamente litigare. Perciò si mostra ultra-conciliante: "Sapete - dice ai suoi, sorseggiando il caffè - purtroppo le leggi vanno sempre interpretate, come qualunque cosa che è scritta in lingua italiana, una lingua che ha le sue sfumature". Parla così, Bonafede, uscendo dall'Aula dove Salvini ha appena ribadito a brutto muso un ritornello di questi giorni: "Sono convinto che, anche sul tema immigrazione, avremo la fortuna di imbatterci prima o poi in un giudice che applicherà le leggi e non le disattenderà, perché, in quel caso, si toglie la toga, si candida con il partito democratico e viene in Parlamento".
Non appena gli riferiscono della cauta presa di posizione del collega, però, il leghista rimbrotta anche lui: "È una chiara sentenza politica, avrò il diritto di denunciarlo? Mettere a rischio la vita di cinque militari della Guardia di Finanza merita il carcere? Secondo questo giudice, no. È una sentenza che a me ha provocato rabbia, poi ognuno dica quello che vuole". Altri nel M5S sono meno concilianti. Il senatore Nicola Morra, presidente dell'Antimafia, non fa mancare la sua solidarietà alla magistrata "stigmatizzata, denigrata, delegittimata sol perché non ha accolto le ipotesi accusatorie avanzate dalla Procura di Agrigento".
E non usa giri di parole per criticare una "rabbia parossistica figlia di furor ideologico". L'attacco è così furibondo che in Parlamento non manca chi s'indigna. L'ex ministro Andrea Orlando, ad esempio, attuale vicesegretario del Pd: "Salvini non esita ad insultare chi amministra la giustizia in modo diverso da ciò che desidera. È la negazione del principio della separazione dei poteri".
Oppure l'associazione nazionale magistrati: "Ancora una volta, commenti sprezzanti verso una decisione giudiziaria, disancorati da qualsiasi riferimento ai suoi contenuti tecnico-giuridici, che rischiano di alimentare un clima di odio".
Fa male soprattutto l'accusa di giustizia politicizzata. "Quando un provvedimento risulta sgradito al ministro dell'Interno - sostiene l'Anm - scatta immediatamente l'accusa al magistrato di fare politica". Ma Salvini non è in vena di lasciar correre: "Con tutti i problemi che stanno emergendo al vostro interno, non penso sia il momento più adatto per dare lezioni ad altri".









