di isabella de silvestro
Il Domani, 19 giugno 2025
Autolesionismo, proteste, tentativi di suicidio. Almeno 45 episodi da quando il centro è entrato in funzione. Incrociando alcuni dati, si può stimare che il Cpr albanese abbia ospitato circa 80 persone negli ultimi mesi. Ma dati ufficiali non esistono e neppure i parlamentari possono averli. C’è un dettaglio ricorrente nelle testimonianze di chi ha visitato il centro per il rimpatrio di Gjader, in Albania: la domanda “che giorno è?” seguita, subito dopo, da “che ore sono?”.
La porgono le persone trattenute, a cui la dimensione del tempo è stata sottratta appena varcata la soglia del centro voluto dal governo Meloni. Niente orologi, niente cellulari, i televisori ci sono ma non funzionano. Bisogna immaginare una struttura enorme, spettrale, silenziosa, dove i passi rimbombano e dove, appunto, la perdita della cognizione della realtà, dello scorrere del tempo, di ciò che accade fuori diventano strumenti di annichilimento. L’ambiente è ordinato, pulito, asettico, una specie di distopia dove la detenzione non assomiglia più a quella delle fatiscenti e sporche carceri italiane o a quella dei Cpr sparsi sul territorio nazionale, con le sezioni annerite dal fumo degli incendi appiccati dando fuoco ai materassi per protesta o disperazione. Il Cpr albanese è nuovo di zecca. E va, appunto, immaginato, perché come ogni istituzione totale è sottratto allo sguardo pubblico: i parlamentari ed europarlamentari che decidono di esercitare il loro diritto a farvi visita sono senz’altro una scocciatura per l’istituzione, che spesso li fa attendere anche per ore prima di permettere l’ingresso.
Claudio Stefanazzi e Debora Serracchiani, deputati del Partito Democratico, hanno visitato il CPR di Gjader nelle scorse settimane. Dall’aeroporto di Tirana ci vuole circa un’ora di auto per raggiungerlo: 55 chilometri lungo una strada che si snoda tra un costone roccioso e il fiume Drin. La struttura dista 22 chilometri dalla costa.
Questo complesso isolato è stato costruito su mandato del governo italiano, con un grande dispendio di fondi pubblici - oltre 65 milioni di euro per i soli lavori di costruzione e una previsione complessiva di spesa tra i 610 e i 653 milioni di euro entro il 2028 - per detenere migranti in condizione di irregolarità in vista, teoricamente, del loro rimpatrio nel paese d’origine. Ma è davvero così? La domanda dovrebbe essere retorica se il Cpr albanese assolvesse la funzione che gli attribuisce il nome, e invece, spiega Debora Serracchiani, “le persone trattenute provengono da Paesi diversi, ma pare che gli unici rimpatri possibili al momento siano quelli verso la Tunisia. Gli altri vengono trattenuti lì, e non sappiamo che fine faranno, perché non esistono accordi con i loro Paesi che permettano il rimpatrio. E allora che senso ha?”. Alla domanda di Serracchiani ne segue inevitabilmente un’altra. Di cosa è fatto il tempo del trattenimento, giustificato dalla mancanza di un titolo valido di soggiorno?
Andiamo per ordine: si arriva nel Cpr albanese senza saperlo, prelevati - solitamente di notte - da uno dei CPR sul suolo italiano e trasferiti oltre confine, senza alcun preavviso né spiegazione. Si prende coscienza di dove si è soltanto una volta giunti a destinazione. Si ha diritto a una telefonata di dieci minuti al giorno, da un unico telefono fisso della struttura, per contattare il proprio legale in Italia. Se non risponde, la chiamata è persa. Da lì iniziano a passare i giorni senza che se ne abbia contezza. La realtà del Cpr si regge allora sull’abuso sistemico di psicofarmaci, usati come anestetico. Se la situazione nelle carceri e nei Cpr italiani è grave, in quello albanese è persino peggiore. “C’è una somministrazione che definirei ‘alla carta’.
Passa il medico e ti chiede quante gocce vuoi. Ti senti agitato? Ecco dieci gocce in più di quelle che ti hanno prescritto. Sono bombardati”, racconta Claudio Stefanazzi, che ha visitato il centro in un giorno di pioggia - dettaglio atmosferico che non significa solo cielo grigio e umidità: le persone trattenute non uscivano dalla cella da due giorni perché il maltempo impediva di recarsi in cortile, uno spazio angusto e coperto da una rete metallica a fare da tappo.
In uno scenario del genere non mancano gli eventi critici: autolesionismo, proteste, tentativi di suicidio. Il fascicolo che ne tiene traccia segna 45 episodi da quando il centro è entrato in funzione. Incrociando alcuni dati, si può stimare che il Cpr albanese abbia ospitato circa 80 persone negli ultimi mesi. Ma non si tratta di un dato ufficiale: i numeri precisi non sono stati forniti nemmeno ai parlamentari che li hanno richiesti, alimentando quell’alone di opacità che avvolge l’intera operazione, figlia della propaganda del governo Meloni.
Durante la sua visita, Serracchiani ha assistito a una protesta: un uomo ha distrutto le finestre della sua cella chiedendo di essere trasferito. I parlamentari e i collaboratori che li hanno accompagnati nella visita hanno intervistato alcuni dei trattenuti e ne hanno raccolto le storie. Uno di loro è sopravvissuto al secondo tentativo di suicidio. Parla solo arabo. La madre, anziana e malata, vive a Parigi. Lui si è imbarcato in Algeria con lo scopo di raggiungerla. Una volta giunto in Sardegna è stato portato direttamente nel Cpr sardo, dal quale è stato presto trasferito in un altro Cpr e poi in un altro e poi in un altro, infine in Albania. Secondo quale logica avvengano i continui trasferimenti di queste persone non è dato saperlo. Dopo questo esodo forzato e umiliante l’uomo chiede di essere rimpatriato in Algeria, ma -paradosso - non è possibile. Nel frattempo - e nessuno sa quanto duri e che senso abbia questo “frattempo” - rimane lì e tenta il suicidio.
Un altro trattenuto sta tornando in Italia perché in Albania le sue condizioni di salute sono apparse incompatibili con il trattenimento. È chiaramente tossicodipendente da psicofarmaci e presenta segni evidenti di disagio psichiatrico, risultato di una vita segnata dalla violenza: orfano, cresciuto da un amico del padre che lo maltrattava, ha subito torture in Libia, e porta sul corpo le cicatrici dei colpi d’arma da fuoco. Ha lavorato un anno e mezzo a Tripoli per pagarsi il viaggio verso l’Europa. Durante la traversata, l’imbarcazione è naufragata: ci sono stati 75 morti. Dopo essere arrivato in Italia è stato condannato per piccoli reati, e ha scontato nove mesi in un carcere toscano. All’uscita dal carcere, è stato condotto al Cpr di Torino, poi a quello di Brindisi, poi di nuovo a Torino, con trasferimenti durati anche 48 ore. In Libia aveva contratto la tubercolosi; è risultato positivo all’HIV ma non ha mai avuto accesso a cure specialistiche. La diagnosi ufficiale è arrivata solo una volta in Albania, sollevando anche una questione di sicurezza sanitaria per sé, per gli altri trattenuti e per il personale.
“È la fotografia del fallimento di questa struttura nello specifico e di questo sistema in generale” dice Serracchiani. Un sistema che si basa sulla criminalizzazione dell’immigrazione e prevede già la struttura adatta a sancirla definitivamente: il carcere interno alla struttura- realizzato in cemento armato - destinato a ospitare fino a 20 detenuti che abbiano commesso reati all’interno del centro. Questa struttura detentiva è già presidiata da 16 agenti di polizia penitenziaria, coordinati da un direttore e affiancati da un funzionario giuridico e uno psicologo. Le celle sono state ultimate e anche gli uffici amministrativi sono operativi: il frigorifero era acceso durante la visita, segno che il piano è stato completato. La gestione dell’istituto è affidata a personale italiano “in missione”: il direttore proviene dalla casa circondariale di San Vittore, e agenti e operatori ruotano su turni di alcuni mesi prima di rientrare in Italia.
Questo assetto strutturale sembra confermare l’intento di far evolvere il Cpr in un luogo di detenzione permanente e punitiva, al di là della sua funzione amministrativa formale, disattesa in partenza. D’altronde, con il decreto sicurezza del governo Meloni diventato legge, basterà la “resistenza passiva” per essere considerati punibili. Non mangiare, non tornare in cella, rifiutare la violenza: sarà lo Stato a esercitarla, dichiarando illegittimo ogni atto di difesa della propria dignità.











