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di Gaetano De Monte

 

Il Domani, 18 marzo 2021

 

Diallo è un ragazzo di 20 anni che è fuggito dalla Guinea Conakry, paese dell'Africa occidentale dove negli ultimi cinque anni la diffusione delle epidemie di ebola, prima, e di morbillo, poi, hanno inferto un duro colpo al già fragile sistema sanitario locale, caratterizzato, peraltro, dalla penuria di vaccini.

Diallo è uno dei 70mila minori stranieri non accompagnati che dal 2014 al 2018 hanno raggiunto le coste italiane attraversando il mar Mediterraneo, come ha stimato l'Unicef. E al giovane proveniente dalla Guinea Konacry è andata sicuramente meglio che ai tanti altri minori che si sono persi tra le maglie del sistema d'accoglienza italiano che, troppo spesso, li fa scivolare sulla strada dello sfruttamento lavorativo. Diallo è stato, inizialmente, ospite in un centro di seconda accoglienza e, dopo aver ottenuto lo status di rifugiato, è stato accolto temporaneamente da una famiglia italiana.

"Sono figlio unico e ho perso entrambi i miei genitori, sentivo il bisogno di ritrovare un'atmosfera famigliare attorno a me. Così, quando mi è stato proposto dall'operatore del centro dove vivevo di essere ospitato da una famiglia, ho subito accettato", racconta Diallo, che oggi fa l'operaio e vive in provincia di Mantova, in un nucleo famigliare che è composto da Marco e Annalisa e dai loro quattro figli: Elia, Giacomo, Linda e Francesco, che ha 18 anni e frequenta l'ultimo anno di un istituto superiore. "Nonostante entrambi abbiamo quasi la stessa età, la mia vita e quella di Diallo sono state profondamente diverse. Mentre io andavo a scuola, lui era detenuto in Libia. Ora, invece, facciamo più o meno le stesse cose: condividiamo la camera, prendiamo il bus insieme, giochiamo a calcio, guardiamo le partite in Tv. Avergli dato la possibilità di avere finalmente una vita normale, è la cosa più bella di questa esperienza", dice il ragazzo. I primi incontri tra loro sono avvenuti in un posto pubblico e, spiega Diallo: "Sono stato colpito dalla loro allegria, trattandosi di una famiglia dove regna l'armonia e in cui ci si sostiene a vicenda. E per me la cosa importante era sapere che tutti i figli fossero d'accordo col mio arrivo in casa". Le loro vite, però, non si sono incontrate per caso.

Il loro incontro, infatti, è stato il frutto di un progetto portato avanti da qualche anno a questa parte da una onlus, Refugees Welcome Italia, che fa parte del network europeo Refugees Welcome International. L'associazione è nata nel 2015 grazie all'impegno di un gruppo di professionisti con una solida esperienza nel campo delle politiche dell'accoglienza e dell'inclusione sociale. Da Refugees Welcome spiegano: "Siamo presenti in diverse regioni italiane, dove lavoriamo con il supporto di gruppi territoriali multidisciplinari, aiutando le famiglie e i rifugiati a incontrarsi, conoscersi e avviare la convivenza, sostenendoli e seguendoli durante tutto il percorso". Secondo una filosofia chiara: "Chi ospita in casa un rifugiato ha l'opportunità di conoscere una nuova cultura, aiutare una persona a costruire un progetto di vita nel nostro paese e di diventare un cittadino più consapevole e attivo creando nuovi legami". Attualmente, sono già trecento le convivenze attivate attraverso un metodo di accoglienza portato avanti in trenta città italiane che ha coinvolto, finora, duecento attivisti in diciassette regioni italiane. Chiunque ha una camera libera ed è interessato a ospitare, può iscriversi sul sito dell'associazione.

Diabo, che ha 22 anni e viene dal Burkina Faso e racconta gli ultimi mesi vissuti con Raniero, Alessandra e la figlia Serena, la famiglia che lo accolto in provincia di Torino, così: "C'eravamo conosciuti poco prima della pandemia e, quando è stato possibile, ci siamo incontrati durante i week-end per passare del tempo insieme. A settembre dello scorso anno, dopo aver terminato il periodo di accoglienza nel centro dove vivevo, mi sono trasferito a casa Tomei, dove la convivenza procede a gonfie vele". E la convivenza gli ha anche portato nuove occasioni: "Grazie alla rete di conoscenze della famiglia Tomei, ora, ho trovato anche un lavoro come apprendista elettricista". Un'esperienza apprezzata anche dalla famiglia: "Questa è una esperienza che consigliamo a tutti, uno scambio reciproco di modi di vivere, di culture, di esperienze che troviamo molto stimolante, che aiuta a eliminare i pregiudizi", dicono.

Ma non ci sono solo le famiglie cosiddette tradizionali ad accogliere i rifugiati nelle proprie abitazioni. Anche Enzo, che ha 82 anni, è un ex geometra ora in pensione nella sua casa di Roma ospita Ebou, un giovane rifugiato di 22 anni, che ha alle spalle un lungo viaggio migratorio che lo ha portato dal Gambia all'Italia attraversando il Senegal, il Mali, la Libia. "Non ricordo dove sono sbarcato, perché in quei momenti ho pensato solo che mi ero salvato", dice oggi Ebou, anche lui giunto in Italia da minore straniero non accompagnato. Enzo, da parte sua, racconta: "Ospitare un rifugiato è per me un modo di tradurre in gesti concreti le cose in cui credo. Così desideravo offrire a Ebou la possibilità di trovare la sua strada e costruirsi un futuro. Ed è anche un modo di restituire ciò che ho ricevuto nella vita. Dopo il diploma sono venuto a Roma dalla Puglia per trovare un lavoro e sono stato accolto da alcuni parenti finché non l'ho trovato, un impiego. E poi, anche mio padre è stato un immigrato, andò in America con un bastimento carico di italiani in cerca di fortuna".

"L'arrivo di Tsering è stata all'inizio una sorpresa", raccontano Fabio e Samuele, "perché gli operatori di Refugees Welcome ci avevano anticipato che probabilmente avremmo ospitato un ragazzo più giovane di noi, proveniente dall'Africa Subsahariana o dal medio oriente".

E invece, proseguono i due uomini che hanno aperto le porte della propria abitazione a Tsering, giovane donna fuggita dal Tibet e arrivata a Milano quattro anni fa in seguito a un viaggio difficile e pericoloso lungo l'Himalaya. "Alla fine, ci hanno presentato una giovane donna della nostra stessa età che viene dall'Asia", ricordano sorridendo i due ragazzi, "volevamo rendere una testimonianza, stare, concretamente, dalla parte dei rifugiati. In un paese in cui le persone straniere sempre più spesso sono circondate da un clima di ostilità, ospitare qualcuno di loro a casa nostra, per noi, è stato un modo per mostrare che esiste un'altra Italia". Quell'Italia dei cittadini che accolgono nelle proprie case, mentre una grossa parte del mondo politico italiano vorrebbe "aiutarli a casa loro", gli stessi posti da cui fuggono, da guerre, povertà e persecuzioni.