di Filippo Femia
La Stampa, 6 agosto 2026
L’arrivo della nave a Bari 35 anni fa segnò l’inizio della fuga dal Paese: “A Ceuta rivediamo quello che dissero di noi”. Il mercantile arrugginito è ormeggiato al porto. La banchina è lastricata di uomini e donne, un tetris disperato di carne e sudore, gli occhi affamati di futuro. Dalle stive si affacciano altre centinaia di persone, un vulcano di lava umana in eruzione. Spesso Klea Meksi rigira quella foto tra le mani e si sforza di individuare i genitori. “Impossibile, nemmeno loro si sono mai ritrovati in mezzo a quell’esodo biblico”, sorride. L’immagine è stata scattata la mattina dell’8 agosto del 1991, quando la Vlora sbarcò a Bari con il suo carico di 20 mila albanesi. Nessun bagaglio, se non un misto di disperazione e speranza.
Il papà e la mamma di Klea erano a bordo della Vlora e quella storia lei l’ha ricostruita, negli anni, come un mosaico. “Da piccola intercettavo frammenti di discussione e racconti ‒ ricorda. Per i miei genitori è stato un percorso lungo, erano sopravvissuti a un evento traumatico e forse cercavano di proteggersi”. Oggi lei, studentessa di Storia a Bologna, ha 24 anni, la stessa età di sua mamma quando affidò le sue speranze a quella nave che trasportava zucchero da Cuba e al porto di Durazzo venne assaltata da un popolo ormai libero dalla follia isolazionista di Enver Hoxha. Ogni 8 agosto, anniversario di quello sbarco epico, Klea celebra sui social l’anniversario con un racconto o una testimonianza: “Per me è un orgoglio, fa parte della mia identità. È una storia al tempo stesso personale e universale”, sottolinea.
“Sono persone” - Anche Aron Beu è un “figlio della Vlora”. Nel 1991 suo padre Artur era minorenne e venne accompagnato al porto dal papà. “Ho pensato tante volte alle situazioni drammatiche che ha vissuto, sulla nave c’erano bande di criminali e bisognava sopravvivere. All’arrivo, poi, trovò pregiudizi e uno Stato che voleva espellere gli albanesi”, racconta. Alla solidarietà della popolazione di Bari, che ospitò e sfamò alcuni degli sbarcati nelle proprie case, si oppose il pugno di ferro del governo: andavano rimpatriati tutti, al più presto. Il sindaco della città Enrico Dalfino, democristiano di sinistra, provò a far cambiare idea ai vertici della politica nazionale. Era necessaria, sosteneva, un’operazione di protezione civile e non di polizia. “Sono persone, noi siamo la loro unica speranza. Non possiamo rimandarli indietro”, ripeteva sulla banchina del porto. Ma vinse la linea dura. Gli albanesi vennero rinchiusi nello stadio della Vittoria, un catino rovente di cemento. Il cibo e l’acqua venivano lanciati dagli elicotteri. “Vedere quelle immagini mi ha fatto molto male ‒ confessa Aron ‒. Quello è un trattamento che, forse, si riserva agli animali allo zoo”. Tra i commentatori dell’epoca qualcuno azzardò il paragone con l’Estadio Nacional utilizzato nel Cile di Pinochet.
Davide Braho ammira il padre, che ha rincorso il sogno di una vita migliore dopo essersi innamorato dell’Italia, spiata nei programmi Rai attraverso antenne clandestine: “Era illegale. Fu davvero coraggioso, è quasi un miracolo che sia vivo: in quella traversata molti sono morti”, sottolinea. Il papà rientrò in Albania con la certezza che ci avrebbe riprovato: anni dopo si stabilì in Emilia-Romagna, dove ha avuto due figli.
Una scheggia di futuro - Fu una scheggia di futuro, quella nave sgangherata: ha anticipato di oltre un decennio le migrazioni di massa. Di colpo l’Italia scoprì di essere l’America per chi aveva vissuto in una specie di Corea del Nord, affacciata sull’Adriatico, da cui era impossibile fuggire. In quell’estate rovente del 1991 dopo pochi giorni la maggior parte degli albanesi fu rimandata indietro - spesso con l’inganno -, un migliaio o forse meno riuscì a rimanere in Italia. Qui hanno messo radici, hanno avuto figli, nati e cresciuti nel nostro Paese, e sono stati protagonisti di un’integrazione che non fa più notizia. Il ricordo di quello sbarco, però, non è ancora abbastanza seppiato perché i “figli della Vlora” possano dribblare il fatidico quesito: “Ti senti più italiano o albanese?”. “La domanda stessa nasconde una sciocca volontà di incasellare, con qualche sfumatura razzista - risponde Klea -. Come se non si potessero concepire due identità che coesistono ma si debba per forza sacrificarne una, prevedendo la “vittoria” di una e la “sconfitta” di un’altra”.
Guardando le immagini della Vlora di 35 anni fa scatta quasi in automatico l’associazione con i barconi che dalle coste dell’Africa solcano il Mediterraneo inseguendo il sogno europeo. “Spesso c’è una deumanizzazione delle persone - ragiona Klea -. Anche per la Vlora si parlò di “assalto” e di “barbari”, senza pensare che dietro quei 20 mila volti c’erano persone con dietro le loro storie”. Una riflessione resa ancora più attuale dai fatti di Ceuta, che ha rilanciato la narrativa dell’invasione.
Cosa si è imparato? A 35 anni di distanza l’Italia ha imparato la lezione dell’accoglienza? “Temo di no - aggiunge la 24enne -. Quando ho sentito per la prima volta parlare di remigrazione ho avuto paura. Purtroppo sui temi dell’immigrazione c’è una polarizzazione sempre più estrema”. Concorda Aron, che oggi studia Giurisprudenza all’Università di Tirana: “Questi argomenti razzisti e intolleranti sono trappole ideologiche utilizzate da politici per avere facile presa su chi non è in grado di esercitare un pensiero critico”. Il sospetto che la lezione della Vlora sia rimasta lettera morta arriva dalle parole di Davide, una laurea alla Bocconi, che non nasconde di essere sedotto dalle idee di Vannacci. Ma come si conciliano con il vissuto paterno di quello storico sbarco? “Semplice, gli albanesi avevano moltissime cose in comune con gli italiani. Quelli che arrivano oggi no, a partire dal colore della pelle”.









