di Francesca Cancellaro e Salvatore Tesoriero*
Il Domani, 7 ottobre 2026
Lunedì 5 ottobre, con una lettera al quotidiano La Verità, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è intervenuto sulla nota vicenda dei presunti falsi certificati emessi da alcuni medici per evitare il trattenimento di cittadini stranieri nei Cpr, sulla quale è in corso un’indagine da parte della procura di Ravenna. Interveniamo nel dibattito, nella piena consapevolezza che la difesa dei nostri assistiti si svolge davanti all’autorità giudiziaria e non sulla stampa. Lo impone - fortunatamente - il nostro ordinamento costituzionale che attribuisce alla magistratura e non al ministro dell’Interno la responsabilità di tale accertamento.
Siamo sicuri che non ci siano stati falsi da parte dei medici che difendiamo e lo dimostreremo, come detto, nel procedimento penale. Tuttavia non possiamo rimanere silenti di fronte a una campagna - alla quale il ministro si accoda - che calpesta la dignità e la professionalità di medici che hanno messo la cura e quindi la persona al centro del loro dovere.
Leggendo le parole di Piantedosi viene da chiedersi cosa lo spinga a violare ripetutamente la presunzione d’innocenza degli indagati. Il ministro è in possesso di informazioni che noi difensori non conosciamo? Se così non è, e ovviamente ce lo auguriamo, vale ricordare che la presunzione d’innocenza - come dovrebbe essere noto in particolare alle più alte cariche dello Stato - opera per l’intero arco del procedimento penale, tutelando gli indagati anche dalle dichiarazioni pubbliche dei funzionari statali che suggeriscano o presuppongano la colpevolezza prima che i giudici si siano pronunciati, come più volte riconosciuto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Si tratta di un presidio per il cittadino ma anche per gli attori della giurisdizione, che devono essere tenuti al riparo da ogni condizionamento, tanto più se proveniente da chi detiene il potere esecutivo.
D’altra parte, la questione del trattenimento nei Cpr di cittadini stranieri irregolari non può essere ridotta a un mero tema di ordine pubblico, come sembra trattarla il ministro. Siamo di fronte a una questione in cui vengono in gioco i diritti fondamentali la cui tutela richiede delicati bilanciamenti. I Cpr sono luoghi nei quali gli individui sono privati della libertà personale, per un periodo che può protrarsi fino a un anno e mezzo; luoghi nei quali - come solennemente affermato dalla Corte costituzionale (sentenza n. 96 del 2025) - si determina quella mortificazione della dignità dell’uomo che deriva dall’assoggettamento fisico all’altrui potere; luoghi, ancora, rispetto ai quali sono documentate le condizioni di sofferenza e deprivazione e dove il livello di assistenza e cura è del tutto inadeguato a fronteggiare patologie croniche o a garantire la continuità dei piani terapeutici.
Le persone ristrette nei Cpr non vi si trovano perché hanno commesso reati né la funzione di questi centri è quella di contenere il rischio di commissione di reati. Essi esistono nel nostro ordinamento solo quale misura prescelta dal legislatore per rendere possibile che lo straniero destinatario di un provvedimento di espulsione non immediatamente eseguibile sia allontanato dal territorio nazionale. Né si può pensare - come ricordato sempre dalla Corte costituzionale - che gli interessi pubblici incidenti sulla materia dell’immigrazione scalfiscano il carattere universale della libertà personale, che, al pari degli altri diritti che la Costituzione proclama inviolabili, spetta ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani.
Sono queste le coordinate valoriali in cui s’inserisce e va valutata l’azione dei medici chiamati a certificare l’idoneità o meno delle persone a essere associate al Cpr: certificazione che evidentemente non può e non deve risolversi in un atto di fede o ossequio all’ordine pubblico ma che, al contrario, deve essere improntata al dovere di cura che presidia la professione sanitaria, imponendo al medico di essere prima di tutto garante della salute dell’individuo.
Gli interventi normativi sulle valutazioni sanitarie concernenti l’ammissione al Cpr, annunciati dal ministro, paiono allora nulla più che un annuncio elettorale, sideralmente distante dall’importante compito affidato al legislatore dalla Corte costituzionale e rimasto senza risposta ormai da un anno e mezzo: disciplinare cioè la materia in modo che il trattenimento degli stranieri assicuri il rispetto dei diritti fondamentali e della dignità della persona, tra i quali - è nostra ferma convinzione - il diritto alla salute di ogni individuo. La lezione è quella di sempre, ignorata da sempre: bisognerebbe ascoltare il monito degli autorevoli custodi della Costituzione invece che accodarsi al sensazionalismo effimero della notizia del giorno. “Che ci faccio qui?”, il senso di ingiustizia dentro i Cpr albanesi
*Avvocati difensori di alcuni dei medici indagati









