di Vittorio Alessandro*
La Stampa, 30 marzo 2023
Non stupisce che il centralino della Guardia costiera sia sovraffollato in un momento drammatico di traversate dalla Tunisia (6.500 persone giunte a Lampedusa in soli tre giorni). È singolare piuttosto che, in questa emergenza, la centrale operativa di Roma abbia avvertito il bisogno di denunciare pubblicamente l’eccesso di chiamate che avrebbe “sovraccaricato i sistemi di comunicazione, sovrapponendosi e duplicando le segnalazioni”. Trattandosi di invocazioni provenienti da unità Ong che operano nel canale di Sicilia, una delle quali poi fermata nel porto di Lampedusa per aver compiuto più di un soccorso, siamo indotti a credere che si possono e si devono mandare messaggi di allarme all’autorità marittima, ma le Ong un po’ meno, così come tutti possono - se necessario - eseguire più di un salvataggio, ma non le navi umanitarie.
Eppure la Guardia costiera - preposta al coordinamento dei soccorsi in mare - avrebbe tutti gli strumenti certamente più adatti che un comunicato stampa a indirizzare e coordinare ogni risorsa verso la risoluzione delle situazioni di pericolo, ciò che del resto succede in ogni emergenza (alluvioni, terremoti, pandemie) in cui l’attività dei volontari, strettamente coordinata dallo Stato, risulta infine determinante. Nessuno deve intralciare le funzioni istituzionali del soccorso, tanto più se da iniziative solitarie possono derivare ulteriori pericoli, ma per questo c’è il codice della navigazione: nessuno dimentica, per esempio, l’ordine impartito dalla Capitaneria di Livorno al comandante della Costa Concordia e le gravi sanzioni che, anche per questo, lo raggiunsero.
Il comunicato stampa appare invece un sorprendente contributo all’agone ideologico che, con protervia, certa politica ha aperto sul soccorso in mare, uno scontro estenuante il cui prezzo pagano non le Ong, ma le persone in pericolo e gli equipaggi delle motovedette che in questi giorni battono l’onda col timore di essere, prima o poi, di nuovo additate come “taxi del mare”, colpite anch’esse con il marchio di “pull factor”, così come le navi dei volontari e perfino una opinione pubblica ritenuta troppo compiacente.
Il comunicato ha considerato fuori luogo perfino la denuncia degli spari subiti dalla Ocean Viking da una delle motovedette da noi fornite alle milizie libiche che, dalla firma del memorandum Italia-Libia del 2017 a oggi, hanno riportato quasi 185 mila persone nei luoghi dei crimini contro l’umanità denunciati da un rapporto Onu pubblicato proprio in questi giorni.
L’annuncio della Guardia costiera, dopo i lunghi mesi in cui ogni comunicazione sui soccorsi dei migranti era assunta dal Viminale, è un tassello del “cattivismo” di cui ha parlato su queste colonne Franco Gabrielli, strategia che non porta a nessun utile risultato nella gestione dei flussi migratori e degli stessi soccorsi, ma si traduce piuttosto nella restrizione degli spazi di impegno civico e nella lesione di quel senso di giustizia che è sale della nostra convivenza. Non ci resta che sperare in un coordinamento del soccorso in mare finalmente esente da vincoli e condizionamenti.
*Ammiraglio, già portavoce della Guardia costiera










