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di Giansandro Merli

Il Manifesto, 23 dicembre 2025

Una clemenza parziale che cancella oltre metà della pena residua. L’uomo, in prigione dal 2015 come “scafista”, si professa innocente. La sua avvocata, Cinzia Pecoraro, afferma: “Chiederemo comunque un’altra revisione del processo. Il nostro obiettivo è ottenere giustizia attraverso l’assoluzione da tutte le accuse”. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato una grazia parziale per Abdelkarim Alla F. Hamad: ha cancellato undici anni e quattro mesi dai venti che gli restano ancora da scontare in carcere. Il cittadino libico, conosciuto come Alaa Faraji, si trova all’Ucciardone di Palermo con una condanna definitiva per concorso in omicidio plurimo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. È in prigione dal 2015, quando ad appena 19 anni sbarcò in Italia.

La notte di ferragosto era stato soccorso dalla marina militare a bordo di un barcone nella cui stiva c’erano i corpi di 49 migranti morti per asfissia. Studente di ingegneria e promessa del calcio, circostanza che ha fatto ribattezzare l’intera vicenda come quella dei “calciatori di Benghazi”, aveva lasciato la Libia orientale per sfuggire dal conflitto armato esploso diversi mesi prima e cercare rifugio in Europa come profugo di guerra. All’arrivo in porto, invece, è finito dietro le sbarre con l’accusa di essere uno degli scafisti che avevano guidato quel barcone maledetto. Accusa sempre respinta e basata su testimonianze ambigue, incomplete, a volte perfino ritrattate, sicuramente rilasciate da persone ancora in stato di shock.

La sentenza della Cassazione, che riguarda anche altri sette migranti con posizioni differenziate in base al rito applicato, è arrivata al termine di una discussa epopea giudiziaria, un processo pieno di lacune di cui gli avvocati della difesa hanno poi chiesto la revisione. Istanza respinta dalla Corte d’appello di Messina a giugno di quest’anno. A quel punto, racconta Cinzia Pecoraro legale di Faraji, “abbiamo lavorato su più fronti. Intanto su un’altra istanza di revisione, attraverso indagini difensive che hanno raccolto nuove testimonianze che presto presenteremo e dimostrano l’innocenza di Alaa. Era un passeggero come gli altri, ma è stato coinvolto in uno dei casi di ingiustizia più palesi ed eclatanti d’Italia”. Parallelamente è partita la richiesta di clemenza al vertice della Repubblica, peraltro suggerita dalla stessa sentenza della corte siciliana.

“Nel concedere la grazia parziale che ha estinto una parte della pena detentiva ancora da espiare - si legge nel comunicato del Quirinale - il Capo dello Stato ha tenuto conto del parere favorevole del Ministro della Giustizia, della giovane età del condannato al momento del fatto, della circostanza che nel lungo periodo di detenzione di oltre dieci anni sinora espiata dall’agosto del 2015, lo stesso ha dato ampia prova di un proficuo percorso di recupero avviato in carcere, come riconosciuto dal magistrato di sorveglianza, nonché del contesto particolarmente complesso e drammatico in cui si è verificato il reato”.

Insieme a Faraji, Mattarella ha graziato altri quattro uomini. Zeneli Bardhyl aveva ricevuto un anno e mezzo per evasione dai domiciliari. Franco Cioni era stato condannato a oltre sei anni per l’omicidio della moglie affetta da malattia mentale in stato terminale. Alessandro Ciappei aveva preso dieci mesi per truffa. Su Gabriele Spezzuti, che ha scontato la pena detentiva per delitti in materia di droga, pesavano ancora 80mila euro della sentenza che lo ha riconosciuto colpevole. In tutti questi casi il provvedimento del Quirinale ha estinto l’intera pena residua.

Per Faraji, invece, la cancellazione di parte degli anni di carcere che ha ancora davanti potrebbe rendere possibile accedere alle misure alternative e allontanare il rischio di trasferimento in Libia in virtù del recente trattato sullo scambio dei condannati definitivi. Un trasferimento che, tra le altre cose, sarebbe potuto avvenire solo nella Tripolitania governata da Dbaiba, ovvero il governo di Tripoli riconosciuto a livello internazionale e firmatario dell’accordo, e non nella Cirenaica di Haftar, di cui l’uomo è originario (ha raccontato la sua storia nel libro Perché ero ragazzo, attraverso le lettere dal carcere raccolte da Alessandra Sciurba).

Non sappiamo se Faraji abbia appreso la notizia dalla televisione già ieri sera o se sarà l’avvocata Pecoraro a comunicargliela questa mattina. Quel che è certo è che la battaglia legale - sostenuta dalla mobilitazione di personalità come il presidente di Libera don Luigi Ciotti e l’arcivescovo Carmelo Lorefice - andrà avanti. Perché, ribadisce Pecoraro, “il nostro principale obiettivo è ottenere giustizia attraverso l’assoluzione da tutte le accuse”.