di Donatella Stasio
La Stampa, 23 aprile 2023
La stretta sulla protezione speciale potrebbe sbriciolarsi contro gli obblighi costituzionali e internazionali. Ancora carte bollate, giudici, sentenze, anni d’attesa e nel frattempo vite sospese e diritti umani spezzati.
Al grido “meno protezione speciale, più sicurezza” la maggioranza si avvia a convertire in legge il decreto Cutro che, secondo il governo, si muove “nella logica e nello spirito” del decreto sicurezza 2018, firmato Salvini. Ma la propaganda, come le bugie, ha le gambe corte. A smascherarla, nel 2020, ci pensò la Corte costituzionale, che bocciò l’esclusione, voluta proprio dal decreto Salvini, dei richiedenti asilo dall’iscrizione anagrafica e spiegò che la norma censurata, oltre ad essere irragionevolmente discriminatoria e lesiva della “pari dignità sociale” degli stranieri, andava in direzione opposta a quella, dichiarata dal governo dell’epoca, di aumentare la sicurezza pubblica. Insomma, era inutilmente cattiva nei confronti di tante vite umane. Come lo è il decreto Cutro, che nel limitare la protezione speciale vanta così nobili ascendenze. Inutilmente cattivo perché, delle due, l’una: o si sbriciolerà strada facendo contro il muro degli “obblighi costituzionali e internazionali” (ai quali hanno dato corpo giudici comuni, Corte costituzionale, Cassazione, Corte europea dei diritti dell’uomo), per cui la decantata stretta sarà minima, pur devastando comunque tante vite umane; oppure, se se ne forzerà l’applicazione per ottenere risultati maggiori, la nuova disciplina finirà nel cestino perché in contrasto con quei vincoli, interni ed esterni. “Obblighi costituzionali e internazionali”, infatti, non è una formuletta vuota, inserita in corsa al Senato, giovedì scorso, per far contento il Presidente della Repubblica che già nel 2018 l’aveva richiamata; è un argine vero e proprio su cui vigilano i giudici ma con cui bisognerebbe fare i conti già quando si scrivono le leggi, perché con i diritti umani non si scherza mai.
La partita è ancora aperta. Governo e maggioranza hanno due settimane per rinunciare alla propaganda e mostrare il loro volto costituzionale. Il decreto dev’essere convertito in legge entro il 9 maggio e, se si vuole, lo spazio per un’ulteriore correzione c’è tutto, visto che si va comunque verso la fiducia. È anche una questione di lealtà verso i propri elettori, che non vanno presi per il naso. Ma si tratta, soprattutto, di essere conseguenziali con l’introduzione nella futura legge del riferimento agli obblighi costituzionali e internazionali, un vincolo in forza del quale i giudici avevano già ridimensionato gli effetti del decreto 113 del 2018, smascherandone la propaganda.
Tra l’altro, la Corte costituzionale è intervenuta su quel decreto (che riduceva appunto i permessi speciali) anche con un’altra sentenza, la 194 del 2019, firmata da quattro giudici - Cartabia, de Pretis, Zanon, Barbera - perché tiene insieme giudizi diversi attivati dai ricorsi di varie regioni che contestavano la competenza dello Stato in quella materia. La Corte li dichiara inammissibili, ma è interessante leggere la motivazione là dove, ad esempio, dice: “L’effettiva portata dei nuovi permessi speciali potrà essere valutata solo in fase applicativa” ed “è appena il caso di osservare che l’interpretazione e l’applicazione dei nuovi istituti, in sede sia amministrativa che giudiziale, sono necessariamente tenute al rigoroso rispetto della Costituzione e dei vincoli internazionali, nonostante l’avvenuta abrogazione dell’esplicito riferimento agli “obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano” precedentemente contenuto nel Testo unico sull’immigrazione”. La stessa sottolineatura l’aveva fatta Mattarella, in sede di emanazione di quel decreto, nella lettera inviata al presidente del Consiglio dei ministri. E la Consulta lo ricorda espressamente. È dunque evidente che il richiamo agli “obblighi costituzionali e internazionali” non è puramente formale ma di sostanza.
Bene, dunque, che oggi, a differenza del 2018 e grazie ancora una volta alla moral suasion del Quirinale, nel decreto Cutro sia stato inserito esplicitamente. Il che non mette la futura legge al riparo da possibili censure se l’area della protezione speciale non sarà ampliata. Lo si capisce proprio dalla sentenza 194/2019: la Corte scrive infatti che bisognerà vedere se “gli effetti restrittivi” della nuova norma rispetto “alla disciplina previgente” saranno “contenuti entro margini costituzionalmente accettabili”. Perché, se non lo saranno, la Corte ne valuterà la conformità alla Costituzione (sempre, ovviamente, che sia investita della questione in via incidentale).
All’epoca, non ci si arrivò perché cambiò il governo e il Conte 2 sostituì il decreto 113/2018 con il decreto 130/2020, portando i permessi per la protezione speciale dal 2 al 21% del totale. Il ragionamento della Consulta, però, resta valido anche oggi, vista l’affinità tra il decreto Salvini e il decreto Cutro. In sostanza: o l’effetto restrittivo della nuova protezione speciale sarà “contenuto entro margini costituzionalmente accettabili” ma, in tal caso, sarà evidente agli elettori delle destre che il governo ha fatto solo propaganda; oppure, se quei margini saranno oltrepassati, la nuova norma potrebbe finire con ogni probabilità nel cestino.
Finora, l’argine degli obblighi costituzionali e internazionali si è dimostrato robusto. La giurisprudenza, soprattutto di Cassazione, ha scritto parole importanti. In particolare, nel 2021 le sezioni unite hanno affermato che, ai fini del riconoscimento della protezione speciale, bisogna confrontare il livello di tutela dei diritti del richiedente in caso di rimpatrio e il grado di integrazione che dimostra di aver raggiunto, perché, ad esempio, parla l’italiano, lavora, ha una casa, manda i figli all’asilo o a scuola, partecipa ad associazioni sul territorio. Certo, ci vorranno carte bollate, timbri, moduli, mesi, anni, giudici, sentenze, e nel frattempo vite sospese, diritti umani spezzati. Un danno enorme anche per la reputazione internazionale dell’Italia.










