di Francesco Grignetti
La Stampa, 31 agosto 2019
C'è è un tema che più di tutti agita i partiti: l'immigrazione. Qui si giocano ormai i destini dei governi e così sarà anche per le prossime campagne elettorali. Non meraviglia che siano bastate poche parole di Luigi Di Maio, ieri, quando ha voluto ribadire che non ha "alcun senso parlare di modifiche ai decreti Sicurezza", a far traballare per un giorno la nascita stessa del governo Conte-bis. Appunto perché, al fondo, parlava di immigrazione.
Ora, dopo che Matteo Salvini ha imperniato 14 mesi di attività quasi esclusivamente sul contrasto all'immigrazione, spingendo fino all'inverosimile su "cattivismo" e guerra alle Ong, il Pd proprio sull'immigrazione chiedeva di cambiare registro, ovvero di "una svolta profonda nell'organizzazione e gestione dei flussi migratori fondata su principi di solidarietà, legalità sicurezza, nel primato assoluto dei diritti umani, nel pieno rispetto delle convenzioni internazionali e in una stretta corresponsabilità con le istituzioni e i governi europei". Quando però è emerso che il Pd voleva aggredire i due decreti Sicurezza tanto cari a Salvini, come segno concreto della "discontinuità", i grillini si erano irrigiditi.
La risposta, se così si può dire, è stata una firma inattesa. Quella dei ministri Elisabetta Trenta e Danilo Toninelli, i quali, su richiesta di Salvini, pur essendo in rotta su tutto, hanno condiviso un ennesimo divieto di ingresso nelle acque territoriali per la nave umanitaria "Eleanore". Con le parole di Di Maio, a questo punto è chiaro che i grillini ricercano un difficile equilibrio tra difesa delle posizioni vecchie e concessione alle nuove.
La loro linea, l'hanno esplicitata con uno dei 20 punti presentati a Giuseppe Conte: "Contrasto al fenomeno dell'immigrazione clandestina e della tratta degli esseri umani, con politiche mirate dell'Unione Europea nei Paesi di provenienza e transito. Oltre alla modifica del Regolamento di Dublino". Sembrerebbe insomma che le posizioni dei due partiti siano abbastanza consonanti, fondamentalmente sul buttare la palla nella tribuna di Bruxelles.
Ma i problemi veri verranno non appena il governo giallo-rosso, se mai nascerà, si confronterà con un nodo terribilmente pratico oltre che simbolico: che fare con la Guardia costiera libica? Continuare a finanziarla e supportarla, come peraltro fa l'intera Unione europea, o chiuderla lì? La discussione attraversa entrambi i partiti. Dentro il Pd si confrontano quantomeno due linee, che si personificano in Marco Minniti (che la Guardia costiera libica ha contribuito a rifondarla) e Matteo Orfini.
Dice quest'ultimo: "Secondo me è stato un errore dare ai libici il mandato di contenere i flussi migratori, disinteressandosi poi se rispettavano o no i diritti umani di chi veniva riportato a terra. Io non me la sento di festeggiare il calo degli sbarchi, se questo significa che le persone vengono torturate nei centri di detenzione in Libia".
È già successo che il Pd si sia spaccato sul da farsi con la Guardia costiera libica. Accadeva il 3 luglio scorso, quando c'è stata una accesa discussione nei gruppi parlamentari sul rifinanziamento ai libici e alla fine il Pd ha deciso di astenersi. Quella volta fu data la colpa al governo Conte di non avere seguito la politica precedente, del governo Gentiloni, di attento tutoraggio della Guardia costiera. "Se il quadro è cambiato - disse Nicola Zingaretti - questo è colpa dell'attuale governo. Per questo era giusto astenersi".
Nella sinistra-sinistra, però, che ritiene Minniti il vero colpevole di un disegno che Salvini poi si sarebbe limitato a ricalcare e estremizzare, quell'astensione fu salutata come una grande novità. "Avremmo preferito una scelta più netta - esultava quel giorno Nicola Fratoianni - ma è certamente un passo in avanti che archivia la linea Minniti-Gentiloni". E ora che Fratoianni come Emma Bonino hanno un peso enorme per la nascita o meno di questo governo, il loro anatema contro la Guardia costiera libica può essere uno scoglio davvero insormontabile.










