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di Mauro Barberis

 

Il Secolo XIX, 4 luglio 2019

 

Mai come stavolta l'opinione pubblica s'è polarizzata attorno ai due protagonisti: il ministro degli interni, percepito come incarnazione del Popolo, e la capitana della Sea Watch, trasfigurata in Angelo vendicatore. Ora, i giudici sono imparziali, ma il diritto no, dando ragione a una parte e torto all'altra.

Così, chiamata a decidere sulla conferma dell'arresto della capitana, la giudice delle indagini preliminari non ha potuto esimersi dal negarlo. Qui cerco di spiegare questa decisione, che stupisce solo chi crede ancora alla televisione, cioè alla politica. L'ordinanza, in tredici scarne paginette, smonta le richieste dell'accusa. Carola Rackete era accusata addirittura di resistenza a nave da guerra, in base all'art. 1100 del Codice della navigazione.

Ma la motovedetta della Finanza urtata dalla Sea Watch non è una nave da guerra: non sinché opera nelle nostre acque territoriali. Poi, era accusata anche di resistenza a pubblico ufficiale, ex art. 337 del Codice penale, sempre e solo per aver urtato la motovedetta. Ma se mai un urto potesse considerarsi resistenza, osserva la gip, sarebbe giustificato dall'adempimento di un dovere, secondo l'art. 51 dello stesso Codice penale.

La capitana, infatti, era tenuta a soccorrere i naufraghi: se non l'avesse fatto, sarebbe incorsa nel reato di omissione di soccorso. Il suo obbligo di soccorso, poi, cessa solo quando i naufraghi sono portati nel più vicino porto sicuro: dunque né in Libia, paese in guerra da cui i naufraghi fuggivano, né in Tunisia, dove non esiste il diritto d'asilo. Se qualcuno avesse tentato di riportare i naufraghi in Libia, anzi, questi avrebbero avuto diritto alla legittima difesa, per salvare se stessi e i propri figli.

Questa è legittima difesa: non la libertà di sparare a casaccio. L'ordinanza tocca molte altre questioni di fatto e di diritto che non posso approfondire qui. Il lettore non prevenuto, però, si sarà già chiesto come mai la ricostruzione dei fatti compiuta dal gip differisce così profondamente da quella fornita dai media, anche moderati.

Ad esempio: come mai nell'ordinanza il preteso "speronamento" della motovedetta torna a essere un semplice urto, che non poteva certo mettere a rischio l'incolumità dei finanzieri? Ma forse questa domanda bisognerebbe girarla agli stessi media, i cui vertici sono nominati e controllati dal governo: il quale vorrebbe fare lo stesso con la magistratura, travolta dallo scandalo del Csm. Ma c'è un abisso fra le alte cariche corrotte, e una gip che ha avuto il coraggio di fare solo e tutto il proprio dovere.