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di Maria Novella De Luca

La Repubblica, 4 aprile 2023

Nel 2015 fu accusato di aver pilotato un’imbarcazione di disperati partiti dalla Libia e naufragata sulle coste di Taranto. Fu condannato dopo un processo sommario, senza un interprete: “Non capivo nulla, parlavo soltanto il mio dialetto Madinga, so solo che un uomo di un altro barcone mi aveva indicato”. Ora l’associazione “Baobab Experience” chiede la revisione: “Abbiamo letto le sentenze, nessuna vera prova, un’enormità di vizi procedurali”.

Ci aveva provato per sette anni Alaji Diuof a gridare la sua innocenza. Ma chi volete che ascolti la voce di un ragazzo senegalese rinchiuso in un carcere italiano? Era il 2015 e Alaji non aveva avuto nemmeno il tempo di capire di essere vivo che si era ritrovato buttato in una cella. Accusato di essere lo scafista di quella imbarcazione di disperati partiti dalla Libia e naufragata sulle coste di Taranto. “Mi hanno portato in un capannone, non capivo nulla, parlavo soltanto il mio dialetto Madinga, so soltanto che un uomo di un altro barcone mi aveva indicato dicendo: è lui, lui ha guidato la barca. Ma io su quel gommone ero stato immobile come una pietra, ho paura del mare, non so nuotare, eravamo oltre cento schiacciati uno sull’altro, due donne sono morte soffocate, c’erano onde terribili, niente acqua, niente cibo, piaghe su tutto il corpo. Non ho fatto nulla, ma sono bastate quelle parole, false, per distruggere la mia vita”.

Scafista da niente, scafista per sbaglio, uno di quei tanti “poveri disgraziati”, così gli stessi giudici hanno definito Alaji, che ad ogni sbarco finiscono in galera, in un processo sommario che si consuma in poche ore, sulla spiaggia, perché lì, in quella tragedia, lo Stato ha bisogno di colpevoli, subito. A volte del tutto innocenti come si definisce Alaji, a volte dei disperati che hanno pagato il viaggio, in fuga come gli altri da guerre e miseria, ai quali i trafficanti, pistola alla tempia, ordinano di prendere il timone. Pedine della disperazione, le cui vite vengono dimenticate nel cortile di un carcere, mentre i signori della tratta restano al sicuro al di là del mare.

Cappellino da baseball in testa e modi gentili Alaji Diouf, 33 anni, piastrellista e calciatore, ci apre le porte dell’appartamento vicino alla Stazione Termini dove grazie all’associazione “Baobab Experience” ha trovato alloggio e sostegno appena uscito dal carcere. Anzi dalle carceri, perché nel suo calvario penitenziario, dal 20 ottobre 2015 al 21 aprile 2022, di celle Alaji ne ha cambiate un’infinità, da Taranto a Lucera, da Paola a Catanzaro, fini ad Isili, in Sardegna. “Il migliore, almeno lì i detenuti lavorano all’aperto”.

Il caffè sul fuoco, la spesa, una stanza in ordine meticoloso nella casa che divide con altri cinque migranti. Sono i giorni del Ramadan, si mangia soltanto quando cala il sole, stasera i ragazzi cucineranno riso e carne con le loro spezie. Oggi Alaji ha un lavoro in regola come piastrellista e un permesso di soggiorno di sei mesi. “Se avessi parlato l’italiano come lo parlo adesso non sarei finito in carcere, ma nessuno mi ha creduto, nemmeno gli avvocati d’ufficio” racconta Alaji, che in cella ha imparato a leggere e a scrivere ed è assistito dall’avvocato Francesco Romeo di “Baobab Experience”, associazione fondata da Andrea Costa che assiste i migranti in transito. Gli ultimi degli ultimi, che soltanto grazie al presidio di strada di “Baobab” trovano a Roma un sacco a pelo, un pasto caldo, ascolto e tutela legale.

Sette anni di galera. Tre gradi di giudizio. Il sogno italiano che si infrange non appena Alaji tocca terra. Mesi e mesi senza capire nulla, alle spalle la spaventosa peregrinazione attraverso Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger, fino in Libia. “Ad ogni frontiera bisognava pagare, ad ogni frontiera erano botte e torture. Io ce l’ho fatta ad arrivare in Libia - racconta risoluto Alaji Diouf- perché avevo nascosto una parte dei soldi nella suola delle mie scarpe. Tanti, tanti morivano per strada”. Alice Basiglini è la portavoce di “Baobab”. Il calvario di Alaji lo conosce bene. “Abbiamo deciso di chiedere la revisione del processo non soltanto perché crediamo nella sua innocenza, ma perché abbiamo letto le sentenze, il suo è stato un processo sommario, senza vere prove, con un’enormità di vizi procedurali. E perché abbiamo raccolto le storie di centinaia di altri migranti come lui, scafisti costretti o addirittura innocenti ma arrestati per scafismo”.

Poveracci finiti dal “Mare al carcere”, accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, come ha evidenziato una dettagliata inchiesta di Arci-Porco Rosso, che già da anni denuncia gli abusi di questi arresti. E quanto buona parte di quegli scafisti che Giorgia Meloni ha annunciato di voler inseguire “su tutto il globo terracqueo” spesso (non sempre) altro non siano che pedine della disperazione. Granelli di sabbia. Nel 2022 gli arresti per scafismo sono stati 264. Le pene, dopo la tragedia di Cutro, sono state inasprite fino a 30 anni di carcere.

Spiega Alice Basiglini: “Diouf non ha guidato il gommone, nessuno dei suoi compagni di viaggio lo ha indicato come scafista. Soltanto un uomo che non era sul suo barcone”. Ma anche se fosse stato al timone, dice Alice citando la sentenza d’appello, “gli stessi giudici hanno riconosciuto, pur condannandolo, che gli imputati non erano gli organizzatori del viaggio, questi ultimi rimasti al sicuro sulle coste libiche, bensì altri disgraziati, che hanno accettato tale compito per fuggire alle condizioni in cui versavano in patria”.

“Quando ero in carcere mia madre è morta, nessuno sapeva più nulla di me. Quasi sette anni lì dentro. Adesso voglio indietro la mia vita”. E Alaji finalmente sorride togliendosi il cappellino da baseball. “Alaji ha già scontato tutta la sua pena, con la revisione del processo potrebbe avere forse un risarcimento, ma soprattutto una vittoria morale. Le sentenze dicono con chiarezza che non è collegato ai trafficanti, la sua condanna si è basata sulle parole di un uomo che non era sul suo barcone ed è stato processato in lingue che non conosceva. Dunque privato del diritto alla difesa. Tutte violazioni enormi. Per questo Baobab chiederà di riaprire il processo”.