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di Paolo Giordano

Corriere della Sera, 28 agosto 2025

Il dramma dei naufragi. I rapporti difficili con la Libia, il lavoro delle navi Ong. La politica italiana corregga la rotta. Al cospetto di due crisi maggiori - Gaza e l’Ucraina - la questione del Mediterraneo retrocede. E dire che è stata una fine dell’estate movimentata nel Canale di Sicilia. Il 13 agosto un numero imprecisato di persone, almeno ventisette fra cui una bambina di undici mesi, sono morte in un naufragio al largo di Lampedusa. Si tratta di un bilancio particolarmente cruento che tuttavia non si è meritato neppure un nome, a differenza di Cutro o Roccella Jonica. Senza un nome è già stato dimenticato.

Il 23 agosto la nave Mediterranea con a bordo dieci naufraghi in cattive condizioni ha disubbidito all’ordine di raggiungere il porto che le era stato assegnato, quello assurdamente lontano di Genova, e ha fatto rotta verso Trapani, incorrendo nelle sanzioni implacabili della multa e del fermo amministrativo. Il giorno dopo la Ocean Viking con a bordo 87 naufraghi è stata colpita da raffiche sparate da un’imbarcazione della cosiddetta guardia costiera libica in acque internazionali.

Tutto questo ci ricorda che il Mediterraneo è un fronte aperto. Per collocazione geografica, più vicino e personale per l’Italia di qualunque altro. Ma la sua celebrità è ondivaga, tanto nello spazio mediatico quanto nei nostri cuori, che allo spazio mediatico sempre di più assomigliano. In altri momenti, meno saturi di orrore e di Donald Trump, la sequenza di eventi eccezionali di fine agosto avrebbe riempito prime pagine e palinsesti, ma non quest’anno.

Noi accettiamo la tregua emotiva che i media e la politica ci concedono almeno su questo fronte quasi con un senso di gratitudine. Desideriamo esserne risparmiati, almeno un po’. Non perché siamo diventati all’improvviso disumani ma perché ormai avvertiamo con chiarezza che la situazione del Mediterraneo esclude quelle soluzioni radicali che sono state promesse in più tornate elettorali. È una situazione punto. Che esiste ed esisterà. A cui far fronte con un grado maggiore o minore di efficienza, maggiore o minore di solidarietà, ma nei fatti ineliminabile.

Dopo il rimpatrio imbarazzante di Almasri, a gennaio, siamo arrivati a desiderare, anzi a implorare che sulla vicenda venisse posto il segreto di Stato. Preferivamo non sapere i come né i perché - o almeno a me è successo -, per non essere implicati moralmente in quella che aveva tutta l’aria di un’indecenza.

I segnali della nostra compromissione, in particolare con la Libia, sfuggono ormai da ogni parte. Basti dire che l’imbarcazione della cosiddetta guardia costiera libica che ha sparato sulla Ocean Viking era stata regalata alla Libia dall’Italia, nell’ambito degli accordi bilaterali che vengono rinnovati ogni anno dal 2017. E che la guardia costiera libica la chiamiamo “cosiddetta” perché è per lo più in mano a bande che dispongono del materiale umano come di una merce, mandando le imbarcazioni e ricatturandole, mentre noi fingiamo di riconoscerne la giurisdizione. E che i soccorsi in mare stanno diventando sempre di più una gara di velocità proprio con la cosiddetta guardia costiera libica, armata contro navi disarmate.

I nostri rapporti con i paesi del Nordafrica sono un groviglio di ipocrisie. Non è strano che preferiamo guardare altrove.

Nella nostra intermittenza, gli attraversamenti del mare continuano, e continuano i naufragi. Ma per fortuna continuano anche le missioni di ricerca e di soccorso da parte della nostra guardia costiera, della Marina Militare e delle navi delle organizzazioni non governative.

Partecipando a una di quelle missioni, sulla nave di Emergency, poco più di un anno fa, mi sono reso conto di quanto un soccorso in mare aperto, di notte, fra le onde, con i naufraghi in acqua, nel panico, - proprio come quello che ha effettuato la nave Mediterranea - sembra niente guardato da qui, nelle clip, all’asciutto. Ma richiede una sfilza di professionalità avanzatissime e un rigore ferreo. I soccorsi in mare sono esperienze traumatiche anche per gli operatori esperti che le effettuano di continuo. Anche per questo l’attività che le navi delle ong svolgono accanto alla guardia costiera sono un vero e proprio patrimonio della collettività. Stringendo il discorso, concentrandosi sul tratto specifico del Canale di Sicilia rispetto alla complessità dei flussi migratori, si tratta solo di decidere se far morire più o meno persone annegate.

C’è almeno un’altra informazione essenziale che ho appreso dall’esperienza sulla Life Support di Emergency. Quando mi sono imbarcato avevo in me lo strascico di anni e anni di propaganda antisbarchi, che aveva identificato la presenza delle navi delle ong nel Mediterraneo con la causa stessa degli attraversamenti. Il cosiddetto “pull factor”, il fattore di attrazione: le persone rischierebbero la traversata dalle coste libiche e tunisine perché sanno che verranno intercettati dalle ong. Avevo preso l’ipotesi molto sul serio. Mi è bastato conoscere un dato a bordo perché tutta quella propaganda, sulla quale si erano giocate centinaia di ore di dibattiti, evaporasse: di tutti i soccorsi, solo il 15% sono quelli effettuati dalle ong. Tutti gli altri sono della Marina Militare e della guardia costiera italiana (che per il suo servizio encomiabile non dovrebbe spartire nemmeno parte del nome con la cosiddetta guardia costiera libica, che spara ad altezza uomo sulle imbarcazioni).

È proprio come afferma il ministro Piantedosi: “Il soccorso dei migranti lo gestisce lo Stato non le ong”. Perché è così statisticamente. Nella nostra percezione condivisa i “barconi” sono un affare delle ong, di Mediterranea, della Ocean Viking, della Geo Barents quando c’era; nella realtà stiamo parlando di meno del quindici per cento del totale.

Simili illusioni ottiche, simili iperrappresentazioni mediatiche sono un tratto comune di ogni propaganda. Non avrebbero nulla di scandaloso se non producessero degli effetti nella realtà. Nello specifico, l’esagerazione dell’impatto delle ong e la fantasia del pull factor hanno portato a introdurre per decreto una serie di pratiche vessatorie ai danni delle ong: dal divieto di effettuare soccorsi multipli anche quando le navi sono in grado di sostenerli, all’assegnazione di porti di sbarco nel nord del paese, i “porti lontani” che costringono le navi e i naufraghi a giorni ulteriori di navigazione e a spese inutili, fino al fermo delle navi usato come ritorsione programmatica.

Come dicevo in apertura, altre crisi hanno ormai preso il sopravvento sulla questione migratoria. È plausibile che questo cambiamento durerà, che le prossime elezioni, finalmente, non saranno decise così nettamente dalle promesse di pugno duro sul Mediterraneo.

Il governo Meloni nel frattempo ha il diritto, se non il dovere, di affrontare la questione migratoria secondo il mandato dei propri elettori. Ma darebbe prova di una sorprendente sensatezza se decidesse una volta per tutte di disaccoppiare la questione reale del Mediterraneo, la “situazione”, dalla propaganda costruita ad hoc contro le ong dagli esecutivi precedenti. Rimuovendo lo stigma opportunistico e i suoi corollari di norme vessatorie: l’assegnazione dei porti lontani, il divieto dei soccorsi multipli, i fermi. Correggendo una rotta sbagliata impostata sul navigatore in un’epoca diversa da questa.