di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 aprile 2021
"Mai come in passato, si è verificato un numero così elevato di eventi tragici", così si legge nel passaggio introduttivo sul rapporto del Garante nazione delle persone private della libertà in merito alle visite effettuate nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr). Il periodo delle visite risale nel biennio 2019- 2020 e il Garante si riferisce ai cinque cittadini stranieri che hanno perso la vita mentre scontavano una misura di detenzione amministrativa.
Sulle specifiche vicende, che differiscono per cause, circostanze e situazioni, spetta chiaramente all'Autorità giudiziaria fare luce ma, al di là dei relativi esiti procedurali, su cui comunque il Garante nazionale fa sapere che manterrà alta la propria attenzione, si osserva che "appare difficile non considerare tale serie di eventi infausti quantomeno il sintomo di realtà detentive gravemente e fisiologicamente problematiche non sempre in grado di proteggere e tutelare la sicurezza e la vita delle persone poste sotto custodia".
I problemi riscontrati dalla delegazione del Garante nazionale sono di varia natura e interpellano vari livelli di responsabilità: vuoti ordinamentali, carenze di regolazione, problemi strutturali, inadeguatezze gestionali; in tal senso, il Rapporto si concentra sugli esiti dell'attività di monitoraggio, ma non rinuncia a uno sguardo d'insieme facendo cenno anche ad alcune questioni che attengono più a un profilo di normazione che di gestione. Infatti, la prima osservazione riguarda l'aspetto normativo che, secondo il Garante, "non offre sufficienti tutele e garanzie per assicurare il pieno (articolo 14 comma 2 T. U. Imm.) e assoluto rispetto della dignità della persona (articolo 19 comma 3 decreto- legge 17 febbraio 2017 n. 13) e rischia di lasciare ampi spazi di discrezionalità ai pubblici poteri e ai soggetti responsabili della loro gestione".
Nel rapporto, il Garante puntualizza che manca una legge organica che regoli la vita all'interno dei Cpr e definisca le modalità del trattenimento favorisce trattamenti differenziati e non omogenei tra le varie strutture del territorio, nonché situazioni di informalità che "rischiano di mettere a repentaglio i diritti fondamentali delle persone trattenute". Il Garante nazionale è chiaro su questo punto. Riprende ciò che scrisse nella relazione al Parlamento del 2020, per ribadire che a più di venti anni dalla loro introduzione, i Centri di detenzione amministrativa rimangono "luoghi "non pensati" ove "la permanenza in essi segue le sorti di un "effetto collaterale", che si vorrebbe evitare e che è sostanzialmente sottovalutato".
Nel rapporto, il Garante parla di un vuoto legislativo sul punto, quindi osserva l'urgenza di una legge che regoli i modi di "trattenere". In sostanza, i migranti sono di fatto privati della libertà come i detenuti, nonostante non abbiano commesso reati. Ecco perché servirebbe una specie di ordinamento come ce l'ha il sistema penitenziario. Il Garante lo spiega bene nel rapporto. Specifica che serve per rendere conforme il dispositivo agli standard europei e internazionali in materia di privazione della libertà ampiamente trascurati nella disciplina della detenzione amministrativa, come dimostra l'enorme differenziale di tutele che da sempre la caratterizza rispetto al mondo dell'esecuzione penale, a cominciare, per esempio, dall'assegnazione all'Autorità giudiziaria di compiti di vigilanza sulle strutture analoghi a quelli della magistratura di sorveglianza.
"Emblematiche sono - si legge nel rapporto - altresì, le carenze rispetto al ruolo del sistema di sanità pubblica e alla regolamentazione di strumenti essenziali di garanzia come l'indicazione che la visita di primo ingresso sia anche orientata alla verifica di lesioni e quindi all'emersione di maltrattamenti eventualmente occorsi nelle fasi precedenti all'ingresso in struttura". Oppure, altro esempio, si pensi alla mancanza di un sistema di registrazione di tutti gli eventi critici e di una disciplina specifica sull'uso della forza e sugli accertamenti sanitari nei confronti di coloro che la subiscono: questo serve al fine di assicurare le necessarie cure mediche e l'acquisizione di elementi per una puntuale ricostruzione dei fatti.
Restano poi problemi nelle strutture, "dall'architettura rudimentale", carenza di spazi di socialità o luoghi di culto, "che peraltro attenuerebbe le tensioni". Inoltre, il Garante osserva la mancanza dei più basilari elementi di arredo, incluse le porte dei bagni. "Come se l'individuo - osserva il Garante - smettesse di essere persona con una propria totalità umana da preservare nella sua intrinseca dignità, dimensione sociale, culturale relazionale e religiosa per essere ridotta esclusivamente a corpo da trattenere e confinare".
Alcuni esempi. Nella progettazione e realizzazione dei lavori di adeguamento di alcune strutture, come per esempio la sezione maschile del Cpr di Roma- Ponte Galeria, il garante denuncia che non si è tenuto conto di alcuni standard di sicurezza elementari per la privazione della libertà delle persone migranti, elaborati sia dagli organismi internazionali di controllo che dal Garante nazionale stesso.
Senza contare - come si legge sempre nel rapporto - alcune inefficienze progettuali presenti, per esempio, nel Cpr di Gradisca d'Isonzo dove il fumo all'interno dei locali detentivi anche di quantità minimale provoca il blocco del sistema di riscaldamento. Il Garante è netto: sotto il profilo delle condizioni materiali dei Cpr, "il cambio di passo è un imperativo". Al rapporto il garante allega anche la risposta del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione, che assicura disponibilità economica e organizzativa per migliorare gli aspetti strutturali segnalati.











