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di Paola Di Caro

Corriere della Sera, 16 aprile 2023

Nel 2018 aveva bocciato le norme dei decreti Salvini. L’obiettivo del governo: l’”eliminazione” dell’istituto della protezione speciale per i migranti ma, spiegano fonti di governo, con “buonsenso” e senza forzature.

Nessun “ritorno ai decreti Sicurezza”, come dalla Lega proclamavano due giorni fa. E, per ora - parole di Giorgia Meloni - un “obiettivo” da raggiungere: l’”eliminazione” dell’istituto della protezione speciale per i migranti ma, spiegano fonti di governo, con “buonsenso” e senza forzature. Che non piacerebbero al Colle, come non erano piaciute al capo dello Stato le disposizioni previste dai decreti Sicurezza fortemente voluti da Matteo Salvini nel 2018, rimandati indietro con ben due lettere di accompagnamento e poi in parte bocciati dalla stessa Corte costituzionale. Anche stavolta, assicurano, Sergio Mattarella è molto attento a ciò che sta accadendo su un tema delicatissimo come quello dell’immigrazione, per il quale il governo è arrivato a dichiarare lo stato d’emergenza per sei mesi. Il presidente della Repubblica, come è ovvio, non partecipa alla stesura di testi, e oggi come in ogni occasione ha massimo rispetto per le scelte del Parlamento. Ma, soprattutto dopo la tragedia di Cutro, una linea di massima da seguire la dà, anche per evitare di incorrere negli stessi rilievi di cinque anni fa.

Da giorni quindi sono in corso triangolazioni e approfondimenti tra il Quirinale, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani per arrivare a un testo che preveda sì - come è politicamente necessario per una coalizione che del contrasto all’immigrazione irregolare ha fatto uno dei temi centrali della legislatura - una “stretta forte”, perfino uno “svuotamento” della protezione per i migranti che non abbiano i necessari requisiti per accedere al permesso di lavoro o all’accoglienza; ma senza forzature e, come chiede il Colle, sempre “nel rispetto dei diritti umani”. Per prima cosa, dunque, non è stato il governo a presentare modifiche sulla protezione speciale al decreto legge varato subito dopo la tragedia di Cutro, che infatti non le prevedeva: il compito è stato affidato ai partiti, con l’obiettivo di arrivare - dopo la discussione e i voti sui vari emendamenti - ad un testo che mantenga un certo equilibrio. E che preveda, raccontano, il recepimento delle linee guida del Colle, anche rispetto al sub-emendamento della maggioranza, a prima firma Gasparri. Un nodo, trapela, è quello di una proroga dell’attuazione dell’istituto speciale, che sotto il governo Conte 2 fu concesso grazie alle modifiche volute dal ministro Lamorgese in maniera molto più estesa di quanto fosse avvenuto fino ad allora. Anche chi lo ha ottenuto sulla base delle vecchie norme, qualora le cause dell’ingresso perdurino (carestie, guerra), potrà prorogarlo per sei mesi.

Altro punto è quello dei trattati bilaterali con i singoli Paesi: il Quirinale si raccomanda che vengano rispettati, non superati con una nuova legge. Quindi si procederà con molta attenzione, sanando eventuali criticità con una riformulazione del governo del sub-emendamento, o con la presentazione da parte della maggioranza di un testo bis. Insomma, Meloni ha assicurato che tutto si farà “con buonsenso”, pur senza venir meno all’impegno di una linea dura che, assicurano anche i suoi, sarà seguita perché “su questa materia non esiste nessuno che va a traino di nessuno: la pensiamo tutti allo stesso modo”.

Il messaggio, dunque, è che non è la Lega a imporre diktat, ma è tutto il governo che - ripete la premier - non permetterà che “l’Italia diventi l’hub d’Europa”. E si voterà un testo, assicurano, che non andrà contro i paletti imposti dal capo dello Stato: piuttosto sulla protezione umanitaria si tornerà a quello che lo stesso Mattarella non aveva ostacolato, cioè alla legislazione antecedente a quella del governo Conte 2. Con più severi criteri e un altro atteggiamento visto che, spiega il capogruppo di FdI alla Camera Tommaso Foti “la situazione è cambiata, le crisi di Libia, Tunisia e Turchia ci impongono di mettere un freno. Portando comunque avanti il piano Mattei, o meglio il piano Meloni per l’Africa, che l’Europa, contiamo, vorrà condividere e sostenere assieme a noi”.