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di Alice Dominese

Il Domani, 23 gennaio 2025

Quello di Torino è stato ristrutturato ed è pronto per entrare di nuovo in funzione. Nelle Marche si lavora a un Cpr nei pressi di un’area contaminata e pericolosa per l’uomo. Dalle Marche al Trentino-Alto Adige, l’uso dei Cpr è la strada scelta dal governo per affrontare la gestione delle persone migranti. Dopo l’annuncio in pompa magna, nel primo anno del governo Meloni, di ulteriori aperture da parte del governo, i nuovi Centri di permanenza per il rimpatrio rischiano di sorgere dove nessuno vede, anche in luoghi sotto indagine per disastro ambientale.

È il caso di Falconara Marittima, a pochi chilometri da Ancona. In questa località, a settembre, il ministero degli Interni ha commissionato un’indagine geognostica per verificare la possibilità di edificare quello che potrebbe essere il primo Cpr costruito nelle Marche. I termini dei rilevamenti sono scaduti, ma i risultati non sono ancora stati resi pubblici. Fabrizio Recanatesi, attivista del Laboratorio Falkatraz, associazione che da alcuni mesi chiede alla regione di fare chiarezza sulla possibile apertura del Cpr, spiega che “l’indagine ministeriale mira a verificare a livello tecnico se, sul territorio in questione, possa essere inserito il prefabbricato che su modello dell’Albania dovrebbe ospitare il centro per i rimpatri”.

Collocata tra l’aeroporto anconetano e la raffineria Api, la zona individuata per ospitare il Cpr è un’ex area militare inserita in una località dove la popolazione denuncia da anni di essere esposta a esalazioni insalubri da idrocarburi. Per accertare la responsabilità dei miasmi, è in corso un processo nei confronti dell’azienda Api che coinvolge vari imputati, accusati tra l’altro di disastro ambientale e gestione illecita di rifiuti speciali.

I problemi di salute pubblica della zona di Falconara sono stati accertati dall’Istituto superiore di sanità, da Arpa Marche e dall’Istituto nazionale dei tumori. In quest’area i decessi e la diffusione di patologie oncologiche, aborti spontanei, malformazioni congenite e altre malattie non oncologiche superano la media regionale e quella del Centro Italia. Nello stesso territorio, a circa un chilometro di distanza dalla raffineria, il Viminale sta pensando di aprire un nuovo Cpr. In questo modo, aggiunge Fabrizio Recanatesi, “le persone nel Cpr sarebbero esposte agli stessi rischi della popolazione che abita il territorio: essere soggette a esalazioni da idrocarburi quotidiane della raffineria Api”.

A novembre il ministro Matteo Piantedosi ha ribadito che il Cpr marchigiano si farà, assicurando che l’apertura avverrà “in accordo e in convincimento della proficua valenza di queste strutture anche per i rappresentanti del territorio”. Se la regione sembra appoggiare l’intervento, centinaia di cittadini si sono schierati contro mobilitandosi con presidi e manifestazioni. A opporsi alla nuova apertura ci sono anche la sindaca di centrodestra di Falconara, Stefania Signorini, e il segretario locale della Lega, Andrea Paci, che si sono dichiarati favorevoli ai Cpr in quanto tali, ma non a quello di Falconara. La richiesta è di edificarlo altrove. “La comunità di Falconara non può farsi carico di un’ulteriore fonte di criticità” ha detto Signorini.

Anche in Trentino-Alto Adige si parla della possibile apertura di nuovi Cpr. A settembre, il presidente leghista della provincia di Trento Maurizio Fugatti ha annunciato di aver preso accordi tecnici con il ministero dell’Interno per la realizzazione di un centro per i rimpatri in città. Da allora il coordinamento regionale No Cpr è sceso in piazza più volte per manifestare la propria opposizione al progetto.

Il comune di Trento si è detto contrario all’apertura aggiungendo che dalla provincia non è arrivata nessuna comunicazione ufficiale in merito. Attualmente non è chiaro dove dovrebbe sorgere la nuova struttura. Alcune ipotesi indicano la zona vicino al carcere, nell’area industriale della città, altre fanno riferimento ai dintorni della questura. L’idea della provincia, in ogni caso, sembra essere quella di destinare il Cpr trentino a un “uso locale” trattenendo solo le persone già presenti sul territorio provinciale, per una capienza massima di 25 detenuti.

L’approccio è lo stesso per il secondo Cpr previsto nella regione, quello che dovrebbe sorgere a Bolzano. Qui i posti disponibili per le persone detenute dovrebbero essere al massimo 50. In Sud Tirolo, l’annuncio ufficiale dell’apertura è arrivato a inizio novembre. In occasione della sottoscrizione di un accordo per aumentare la sicurezza pubblica sul territorio, Piantedosi e Arno Kompatscher, presidente della provincia di Bolzano, hanno ribadito l’intenzione di aprire un Cpr nel capoluogo altoatesino entro il 2025. Anche in questo caso la struttura dovrebbe essere costruita nella zona dell’aeroporto, in un’area defilata di Bolzano Sud.

Nella stessa zona, secondo l’ipotesi ministeriale, accanto al Cpr dovrebbe sorgere anche un nuovo carcere. Il tentativo di aprire un centro per il rimpatrio nella provincia d’altra parte non è nuovo, così come la resistenza delle autorità locali e dei cittadini contrari. “È una decina di anni che si parla di aprire un Cpr ma nessuno lo vuole - racconta Matteo De Checchi, della rete No Cpr Bolzano - Dopo aver fallito in Albania, l’impressione è che il governo proverà a implementare Cpr ovunque, non solo a Bolzano”. Mentre i progetti delle nuove aperture restano vaghi, la possibilità che riapra il Cpr piemontese diventa più concreta. A Torino, infatti, il bando per la gestione del centro, chiuso a marzo 2023 per inagibilità, è stato assegnato e questo potrebbe riaprire a partire dal prossimo anno. Parzialmente ristrutturato, la sua capienza ha raggiunto i 70 posti disponibili.