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di Paolo Delgado


Il Dubbio, 5 agosto 2020

 

Qual è la politica dell'Italia e del suo governo attualmente in carica sull'immigrazione? Dipende. Dipende dai giorni, dalle contingenze, dalla percezione degli umori dell'elettorato, dagli equilibri instabili e mutevoli della maggioranza, da quelle che a torto o a ragione vengono considerate come le convenienze a breve e spesso a brevissimo. La politica di Salvini era tutta centrata sulla propaganda: navi fermate di fronte ai porti con gran fragore e abuso di dichiarazioni altisonanti. La propaganda del governo Conte è di segno opposto: capita che le navi restino all'ancora per settimane lo stesso, ma discretamente e sperando che non se ne accorga nessuno.

I dl Sicurezza di Salvini sono sempre stati un vessillo. Modificarli doveva essere la pre- condizione per dare vita alla nuova maggioranza, il segno tangibile di quella ' discontinuità' senza la quale, tuonava nell'agosto scorso Zingaretti, non sarebbe stato pensabile un nuovo governo Conte. Il secondo governo Conte c'è da un anno e i dl Sicurezza pure, neppure scalfiti. Prima o poi, inevitabilmente, verranno ritoccati e finalmente il segretario del Pd potrà brindare alla conquistata ' discontinuità'. Ma sulla portata effettiva delle modifiche ogni dubbio è lecito.

La vicenda libica è particolarmente incresciosa. Si tratta in tutta evidenza di una vergogna nazionale che passa indenne attraverso i marosi di ogni ricambio di governo. La decisione di finanziare i libici e in particolare una Guardia costiera al di sotto il ogni sospetto la prese il ministro Minniti, governo Gentiloni, con gli elogi della Lega che confermò gli accordi durante il primo governo Conte. Il secondo governo Conte li ha rafforzati, stringendoli direttamente con il capo della Guardia costiera, trafficante di esseri umani e torturatore Bija. Nonostante la valanga di testimonianze sulla sistematica violazione dei diritti umani nei lager libici, meno di un mese fa il finanziamento alla Libia è stato non solo confermato ma portato da 4 a 6 milioni l'anno. Impagabile, Zingaretti ha dichiarato che lo si è deciso proprio per difendere i diritti umani: senza le prebende italiane la Guardia costiera farebbe di peggio. Chiaro, no? Il governo oscilla tra dichiarazioni calibrate per accontentare quella parte di elettorato che chiede di invertire la rotta rispetto alla politica di Salvini e affermazioni ruggenti di segno opposto mirate a rassicurare quelli che invece proprio la linea dura di Salvini apprezzano.

Salvo il particolare che la stessa linea grintosa del leader leghista era fatta essenzialmente, a propria volta, di parole e messe in scena.

Quanto a politiche concrete, invece, cambia pochissimo e di visione strategica è meglio non parlare proprio per carità di patria. I centri di accoglienza continuano a scoppiare, con centinaia di persone stipate in spazi che dovrebbero contenerne meno di cento. Il ritornello sui rimpatri prosegue, anche se tutti sanno perfettamente che i rimpatri di massa sono di fatto impossibili.

Di strategie di integrazione non si vede neppure l'ombra: l'orizzonte dei governi, in materia di immigrazione, si ferma ai porti, cioè agli sbarchi. La situazione in Europa non è cambiata e difficilmente cambierà in tempi brevi. La realtà è che l'unica politica concreta e non improvvisata in materia d'immigrazione è proprio la peggiore che ci sia: i pagamenti alla Libia perché freni la migrazione costi quel che costi in termini di diritti umani calpestati.

Le migrazioni, però, non sono come il Covid. Non ci si può augurare che passino presto così come sono arrivate. Non si può scommettere sulla scoperta in tempi relativamente brevi di un vaccino. Sono un evento epocale e di lunga durata che imporrebbe di mettere a punto politiche di respiro strategico, europee, pensate con lungimiranza e non con lo sguardo miope di chi tiene d'occhio prima di tutto i sondaggi, la propaganda e le beghe interne alla maggioranza di turno. Ancor più che sulla modifica, pur necessaria, di qualche decreto sbagliato e a sua volta propagandistico, la discontinuità invocata dal segretario Zingaretti avrebbe dovuto realizzarsi in questo cambio radicale di approccio complessivo. Non si può dire che per ora il governo giallorosso ci sia riuscito e neppure che abbia dato qualche segnale di quelli che autorizzano almeno a sperarci.