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di Mattia Feltri

 

La Stampa, 25 giugno 2019

 

Se la notte scorsa è rimasta senza soluzione, oggi sarà il tredicesimo giorno in cui ai quarantadue naufraghi della Sea Watch sarà impedito di sbarcare in Italia. C'è stato un tempo, non tanto lontano, nel quale una decisione del genere, così irrimediabile, sfrontatamente cinica, disumana, avrebbe sollevato le rimostranze di molti.

Le rimostranze ci sono ancora, sempre qualcuna in meno, sempre meno vibranti o meno divulgate: tutto invecchia rapidamente, viene a noia, diluisce nella ripetitività, anche le regole di una politica che afferma la sua vigoria su un manipolo di migranti indegni non si dice dell'accoglienza, ma del soccorso.

Senza accorgersi si arretra, e intanto che Matteo Salvini non arretra affatto, dice e di conseguenza fa, nell'approvazione febbrile dei suoi sostenitori - colmi di appassionata intensità, diceva il poeta. Siamo arrivati a un punto imprevedibile, poiché a chi ha portato la responsabilità della politica è sempre successo di fare il male in nome di un bene successivo. Non è mai una buona scelta: fare il male per il bene è illudersi che male e bene siano merci di un buon baratto.

E però è successo, e chi sceglieva il male in nome di un bene successivo brigava nell'ombra per scampare al giudizio morale degli elettori, che quando sono giudici, si sa, non prevedono attenuanti. Salvini no, lui fa tutto sotto il sole, vuole essere visto, vuole essere investito da quel giudizio morale perché è un giudizio favorevole e crescente. Fare il male in nome di un male immediato, che appaghi il desiderio di spietatezza e lo commuti in consenso.