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di Ibrahima Lo*

Il Manifesto, 21 ottobre 2025

Lettera a Mattarella. Pubblichiamo il testo di Ibrahima Lo, 26enne originario del Senegal e in Italia da dieci anni, inviato al presidente della Repubblica. Mi chiamo Ibrahima Lo, sono un ragazzo di 26 anni originario del Senegal e vivo in Italia da 10 anni. Ho deciso di scrivere questa lettera a Lei perché, in quanto Presidente della Repubblica Italiana, credo che potrà comprendere le mie riflessioni riguardo l’umanità in generale e la popolazione Italiana, nonché considerare insieme delle ipotesi operative che possano portare beneficio a tutti coloro che vivono nella nostra Nazione.

L’argomento che mi sta a cuore e che con Lei vorrei trattare è il memorandum Italia Libia. In quanto vittima delle atrocità che quotidianamente si consumano all’interno dei lager libici, porto nel mio vissuto, nei ricordi e sul corpo i segni indelebili che probabilmente neanche il tempo potrà cancellare. Negli ultimi anni ho deciso di fare di tali segni una speranza affinché il cuore di ogni cittadino non sopisca nell’indifferenza.

Da tale decisione sono nati diversi libri, il primo dei quali si intitola “Pane e acqua”. Nonostante sia noto ciò che sta accadendo in Libia, l’Italia sta continuando a cooperare alla violenza inviando motovedette ai criminali libici che ogni giorno uccidono le persone in Libia e continua a sostenere chi in mare spara alle navi della Civil Fleet, come recentemente accaduto alle navi di Mediterranea Saving Humans e Sos Meditarranee, colpevoli unicamente di salvare vite umane che rischiavano di morire nel Mare Mediterraneo.

Signor Presidente, è necessario affermare e riconoscere che nel Mare Mediterraneo c’è una guerra. Non si tratta di una guerra di cui si sente l’eco delle bombe ma di una guerra silenziosa, non si vedono passare carri armati ma le vittime sotto il livello del mare possono comporre cimiteri. Anche se noi teniamo le distanze, tutti i giorni bambini, donne e uomini urlano chiedendo aiuto prima di annegare ma le loro urla nessuno le sente. Io ho vissuto tutto questo quando avevo 16 anni ed ero su un gommone con altre 19 persone.

Le invio questa lettera perché so che lei vuole salvare l’umanità e non sostenere questi accordi. La Libia è un luogo di violenza, è un luogo dove le donne vengono violentate tutti i giorni, dove le persone hanno paura, dove la speranza non basta. Nel mio secondo libro - “La mia voce” - ci sono storie che narrano di queste esperienze.

L’Italia è complice di tutto questo. Si continua a finanziare, accogliere e a collaborare con dei criminali che catturano persone in mare e nel deserto, le rinchiudono nei lager, uccidono fisicamente e/ psicologicamente semplicemente perché per loro non è un reato ma un gioco.

In Libia non esiste né democrazia, né sicurezza, né liberta. Esiste invece una violenza disumana e lo posso raccontare con le cicatrici che ho su il mio corpo. Esse continuano a sanguinare e non guariranno mai non solo perché non smetteranno di riportarmi al trauma personale ma perché mi fanno continuamente ricordare le persone che hanno ucciso davanti i miei occhi. La violenza che ho visto agire nei lager libici su uomini, donne e bambini, le mie cicatrici, portano anche tutti i loro nomi. Di questi nomi occorre rendersi responsabili e operare affinché quelle voci possano cantare tra i banchi di scuola o diventare nuove risorse per questo paese che sa anche ospitare e fare accoglienza. Il memorandum uccide l’umanità e non risolve il problema dell’immigrazione ma crea più morti nel mare Mediterraneo e lascia ferite che non guariranno mai. La ringrazio Signor Presidente per l’attenzione e Le porgo cordiali saluti

*Studente, scrittore, attivista sui diritti umani per la libertà di restare e di viaggiare