di Luigi Manconi
La Stampa, 1 luglio 2023
Il Consiglio europeo si è concluso appena poche ore fa con un nulla di fatto in materia di immigrazione, che segue altri bilanci negativi, rinvii e differimenti, impegni mancati e promesse tradite, in un rosario estenuante di annunci e frustrazioni. Questa ennesima sconfitta dell’Europa è figlia, a sua volta, di una lunghissima sequenza di errori, che chiama in causa sia i governi che le opposizioni e - fatte le debite proporzioni - ciascuno di noi.
Sono passati ormai 35 anni da quando scrissi, su questo giornale, allora diretto da Gaetano Scardocchia, uno dei miei primi articoli sull’immigrazione straniera in Italia. Per misurare l’incomparabile distanza che corre tra quel periodo e la fase attuale basti un dato. Nel 1991, gli stranieri presenti in Italia erano 649 mila (meno dell’1% del totale della popolazione); nel 2022 circa 5,2 milioni (ovvero l’8,7% del totale). In questi sette lustri, tutto è cambiato. E - temo di dover dire - in peggio.
Dunque, se si volesse trarre un bilancio di questa fase della storia nazionale, relativamente alla politica migratoria, si dovrebbe parlare di fallimento. Nel 1990 la legge Martelli ampliò il diritto d’asilo e introdusse la prima politica dei flussi: attraverso decreti annuali si consentiva, per motivi di lavoro, l’ingresso legale. Contemporaneamente vennero emanate misure di repressione e di espulsione per gli stranieri irregolari. Intanto, si registravano i primi consistenti sbarchi di cittadini albanesi sulle nostre coste e, in molte città italiane (specie nel Nord), si manifestavano tensioni e conflitti tra residenti e nuovi arrivati.
Nel 1998, fu la legge Turco-Napolitano a tentare di regolamentare l’intera materia, ma, pur positiva per molti aspetti, produsse una acuta lesione nel sistema delle garanzie, attraverso l’introduzione della categoria di “detenzione amministrativa”. Ovvero, la possibilità di sottoporre a reclusione un individuo senza preventiva autorizzazione del magistrato e senza la commissione di un reato. Una misura disposta dagli organi di polizia ai fini dell’espulsione e che, in genere, sanziona la mancata titolarità di documenti regolari da parte dello straniero.
Allo scopo vennero creati dei centri di reclusione, prima chiamati Cpt (Centri di permanenza temporanea), poi Cie (Centri di identificazione ed espulsione), infine Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri). Un precedente drammatico, perché rappresentò l’introduzione di una eccezione giuridica ai danni di una categoria selezionata su base etnica. E perché quei centri conobbero un progressivo processo di degrado che incentivò la violazione dei diritti fondamentali della persona. In particolare, la diffusione dei Cie costituì l’inizio dello slittamento della questione dell’immigrazione da grande tematica sociale a problema di ordine pubblico.
Fu anche l’occasione della mia prima cocente sconfitta parlamentare, quando il Ministro dell’interno Giorgio Napolitano pretese il voto unitario della maggioranza (della quale facevo parte) sull’intera normativa. Moltissimi anni dopo, lo stesso Napolitano, diventato Capo dello Stato, mi affidò un messaggio che Ricky Tognazzi lesse, nell’emozione generale, davanti alle persone trattenute nel CIE di Ponte Galeria, il primo gennaio del 2017. Una decina di anni fa visitai tutti i Cpr, uno per uno, arrivando a una conclusione: che queste carceri non carceri fossero, sotto ogni punto di vista, assai peggiori degli istituti di pena.
Un passo indietro. Il 28 marzo 1997, Venerdì Santo, la nave Katër i Radës, che trasportava profughi albanesi verso l’Italia, si inabissò nelle acque del canale di Otranto, in seguito alla collisione con la motovedetta italiana Sibilla. I morti furono oltre cento. La Sibilla partecipava a un’operazione di pattugliamento della Marina italiana ed eseguiva un ordine che l’allora ministro della Difesa, Beniamino Andreatta, sintetizzò così: “manovrare in modo da scoraggiare”.
Come affermò l’Alto Commissariato per i Rifugiati, l’operato della Marina italiana configurava un vero e proprio blocco navale, realizzato al di fuori delle acque territoriali, sia italiane sia albanesi. Il Governo di centrosinistra non volle assumersi la responsabilità di quella tragedia e sul porto di Brindisi, ad accogliere i profughi, si ritrovarono solo i rappresentanti della sinistra minoritaria e l’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Nel 2002 l’esecutivo di centrodestra approvò la legge Bossi-Fini, che si qualificava per il suo impianto tutto “economicistico”: lo straniero veniva considerato non come persona titolare di diritti e di doveri, bensì solo ed esclusivamente come forza lavoro.
Il riferimento alla Bossi-Fini è fondamentale. Innanzitutto, perché la struttura di quella legge resiste da più di due decenni. E poi perché la sua ispirazione di fondo non ha conosciuto alcun cambiamento: l’essenziale finalità della nostra politica migratoria resta quella di contenere al minimo gli ingressi. È come se il sistema sociale ed economico italiano avesse stabilito, una volta per tutte, una soglia alla presenza di stranieri, superata la quale non si consentirebbero più ingressi per motivi di lavoro, né accoglienza per chi sbarchi sulle nostre coste.
Nel 2008, poi, con il Governo di centrodestra, la condizione di irregolarità venne qualificata come reato e circostanza aggravante di ogni altro illecito penale (quest’ultima dichiarata incostituzionale dalla Consulta). La condizione soggettiva di migrante irregolare, così, è diventata penalmente rilevante, con una regressione a quel diritto penale d’autore e non del fatto che il costituzionalismo moderno aveva definitivamente superato.
Questo mentre, per cause geopolitiche, aumentavano i flussi verso l’Europa e si verificavano i primi naufragi di massa. Il 3 ottobre del 2013, davanti a Lampedusa, morirono 360 migranti. Solo pochi giorni dopo vi fu quella che viene ricordata come “la strage dei bambini”. Da quelle centinaia di vittime due conseguenze. La prima appare oggi grottesca: in Parlamento ottenemmo, faticosamente, che il 3 ottobre venisse dichiarata Giornata nazionale della memoria delle vittime dell’immigrazione; e oggi sappiamo, ma è stato un peccato mortale non averlo previsto, quanto quella ricorrenza sia ridotta a frusta retorica. La seconda conseguenza è stata il varo della missione Mare Nostrum che, per un anno, ha funzionato egregiamente, salvando decine di migliaia di vite umane e, se posso dire, l’onore dei nostri mezzi di soccorso.
Poi la missione venne annullata, sostanzialmente per ragioni di cassa. Ha inizio così il periodo più fosco delle stragi in mare, che ha visto l’intervento provvidenziale delle Ong del soccorso e la meschina battaglia ingaggiata contro di esse da parte di governi di più di un colore.
Nel 2017, l’esecutivo di centrosinistra sottoscrisse il Memorandum con la Libia. I risultati positivi di questo accordo sono ancora tutti da dimostrare, mentre quelli negativi sono sotto i nostri occhi: un sostegno sostanziale a un regime frammentato e dispotico e l’autorizzazione al ricorso sistematico alla tortura e alla violazione dei diritti umani. Solo oggi - dopo sei anni -- il Pd denuncia quell’accordo. Ecco, ora forse si capirà, riandando indietro con la memoria e traendo un bilancio di questi ultimi decenni, quanto la tentazione di arrendersi - ovvero di accettare come ineluttabili le stragi di Cutro e di Pylos - possa essere irresistibile.










