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di Filippo Miraglia

Il Manifesto, 16 novembre 2022

Si cerca di nascondere il fatto semplice, ma incontrovertibile, che le Ong, come ogni soggetto che navighi, sono obbligate a rispondere alla legislazione internazionale e non possono rispondere a codici ad hoc che non hanno alcun valore giuridico.

Il filo comune che unisce chi criminalizza le Ong che salvano vite umane ripropone le stesse accuse stantie e lo stesso metodo delle “regole speciali”. La logica, già rodata, è quella di proporre disposizioni specifiche per un gruppo, le Ong, sottintendendo così che quest’ultime non rispettano le regole, “fanno i furbi”, e c’è quindi bisogno di un codice di comportamento in più. Si cerca di nascondere così il fatto semplice, ma incontrovertibile, che le Ong, come ogni soggetto che navighi, sono obbligate a rispondere alla legislazione internazionale e non possono rispondere a codici ad hoc che non hanno alcun valore giuridico. Le navi mercantili, di cui ha parlato a sproposito il ministro Tajani durante la riunione con i suoi omologhi Ue, se devono intervengono, ma se possono se ne guardano bene, perché rischiano di dover fermare la loro attività commerciale per settimane o mesi. Le ipotesi circolate per questo nuovo codice sono davvero ridicole e imbarazzanti e si ripresentano nella veste di regole di comportamento senza le quali si possono subire pesanti sanzioni amministrative e, soprattutto, non si può arrivare sulle coste italiane.

Proviamo ad analizzare le principali.

1. Le Ong devono dimostrare che intervengono solo in caso di pericolo: gommoni e barchini che possono ospitare 10/20 persone e ne ospitano 5/10 volte tanto sono oggettivamente in pericolo. I comandanti sono obbligati a intervenire, altrimenti ne rispondono personalmente penalmente.

2. Le Ong devono comunicare il loro intervento e coordinarsi con le autorità competenti: lo fanno sempre, c’è una ampia documentazione pubblica e disponibile, e ogni volta mandano alle diverse autorità dei Paesi coinvolti tutte le informazioni. Sono le autorità che non rispondono mai, per lavarsene le mani e non indicare, come la legge impone, il posto sicuro più vicino.

3. Si chiederebbe alle Ong di non comunicare la loro posizione alle imbarcazioni che stanno per lasciare le spiagge libiche o tunisine, cioè le si accusa di dare appuntamenti a chi deve ancora partire. Una accusa che, secondo il titolare della Farnesina, sarebbe sostenuta da documenti di Frontex. La stessa Agenzia Europea che è stata più volte accusata di praticare respingimenti, che lo ricordiamo sono illegittimi, e il cui direttore, a seguito di una inchiesta dell’agenzia anti frode europea, si è dimesso a fine aprile di quest’anno. Non un fonte neutra e autorevole quindi. Una illazione, quella usata da Tajani, del tutto infondata, inventata appositamente per collegare le Ong ai trafficanti. Un collegamento privo di prove, come dimostrano i tanti procedimenti giudiziari italiani: una vera diffamazione.

Come nel caso del suo degno predecessore, questo nuovo codice imporrebbe comportamenti che in gran parte sono previsti dalla legge e che le Ong rispettano alla lettera da sempre, introduce elementi illegittimi e impraticabili e, soprattutto, alimenta il sospetto che chi opera nel Mediterraneo per fare attività di ricerca e salvataggio lo fa in cattiva fede e in combutta con gli scafisti. Scafisti che, da anni, è noto siano in gran parte gli stessi che ricevono soldi, strumentazione e formazione da parte del governo italiano e dell’Ue. Informazioni che si possono leggere nei documenti delle istituzioni internazionali e dei tribunali italiani e non nei fogli di propaganda di partiti e esponenti politici.

Intanto i governi di Italia, Grecia, Cipro e Malta firmano una dichiarazione congiunta del tutto ingiustificata e mistificatoria. Richiamano la legislazione internazionale di fatto negandola e cercano di criminalizzare chi salva vite umane. Ripropongono il vittimismo per gli sbarchi, senza tenere in considerazione che i governi si fanno carico dei richiedenti asilo, che arrivano anche via terra e via aereo: incomprensibile il motivo per cui solo chi arriva via mare andrebbe redistribuito.

Non è di un codice che c’è bisogno e neanche di inutili nuovi accordi per impedire alle persone di scappare da guerre e persecuzioni o di nuove procedure per poter rimpatriare più facilmente le persone senza un permesso di soggiorno, obiettivi sui quali, c’è da scommettere, si concentreranno i governi nelle prossime settimane. In tutti questi anni abbiamo assistito a lunghissime trattative nei numerosi incontri di ministri Ue, conclusesi sempre con la promessa di modifiche legislative e interventi volti solo a impedire sempre di più ogni mobilità alle persone in cerca di protezione e a migliorare l’efficacia delle attività di respingimento e rimpatrio.

Nulla su attività di ricerca e salvataggio pubblica e nulla su canali d’accesso legali e sicuri. Quindi nulla di nuovo. Sempre il vecchio e stantio razzismo di stato, che favorisce e alimenta i trafficanti e produce morte e ingiustizie.