sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Giansandro Merli

Il Manifesto, 13 maggio 2026

L’obiettivo è limitare la libertà di movimento dentro le frontiere Ue. La relazione della prefetta Rabuano: identificazioni e controlli per bloccare i migranti. “Ci è stato imposto il numero più alto di procedure obbligatorie”, dice la rappresentante del Viminale. Il Patto Ue rischia di trasformarsi in un boomerang per il governo Meloni. Via via che si chiariscono gli aspetti concreti, i tanti dubbi sollevati dai critici acquistano valore. Dubbi venuti da sinistra, rispetto alla tutela dei diritti fondamentali dei migranti, ma anche da destra destra, come l’Ungheria del premier uscente Viktor Orbán che in sede europea ha votato contro il maxi-pacchetto di normative e poi evitato di adeguare il sistema nazionale all’accordo.

Ieri la prefetta Rosanna Rabuano, a capo del dipartimento Libertà civili e immigrazione del Viminale, ha delineato in sede di audizione al Comitato Schengen i meccanismi di attuazione del Patto a cui sta lavorando l’esecutivo. La relazione certifica che lo spirito del maxi-pacchetto di norme Ue è costringere i richiedenti asilo a restare nei paesi di arrivo, quelli dell’Europa mediterranea oppure orientale, ostacolando i “movimenti secondari di persone” (tra le frontiere comunitarie). Questo attraverso due meccanismi: l’associazione delle procedure di screening - sanitario, psicologico e di vulnerabilità - all’identificazione di polizia; l’applicazione di “procedure accelerate di frontiera”, che diventano obbligatorie per chi proviene da un paese con tassi di riconoscimento dell’asilo pari o inferiori al 20% e restano facoltative per chi è nato in un “paese di origine sicuro”.

Per farlo, spiega Rabuano, il Patto istituzionalizza una finzione giuridica: che il migrante soggetto a tali procedure, in virtù della presunzione del diniego alla sua domanda d’asilo, non sia effettivamente entrato nel territorio nazionale ed europeo. Così la frontiera perde consistenza geografica e continua ad avvolgere i corpi dei cittadini stranieri fino alla definizione della loro richiesta di protezione, che deve avvenire in 12 settimane (secondo la prefetta entro quel termine ci sarà la decisione di merito di un giudice, molti giuristi ritengono invece che la magistratura si sarà espressa solo sulla sospensiva all’espulsione seguente alla decisione negativa della Commissione territoriale).

La finzione regge se il migrante resta nel territorio che gli è stato assegnato. Se invece si allontana - come avvenuto spesso nei centri di Siculiana e Modica, dove il governo ha realizzato le prime sperimentazioni in questi mesi - perde accoglienza e richiesta d’asilo. Un meccanismo ricattatorio associato a veri e propri strumenti di controllo che delineano il confino 2.0. Rabuano ne ha citati alcuni: geolocalizzazione attraverso app, obbligo di firma presso il gestore del centro e “sorveglianza di comunità”. Ovvero il tentativo dello Stato di subappaltare al terzo settore il controllo della mobilità dei richiedenti asilo: “Ci stiamo pensando - ha detto ieri la prefetta - attraverso intese con le associazioni che si occupano dei corridoi umanitari”. Queste, però, hanno già rifiutato. Il manifesto le ha interpellate. Daniela Pompei, responsabile Sant’Egidio per i servizi ai migranti, afferma che la comunità “è disponibile solo a offrire servizi di orientamento, come già fa”. L’Arci smentisce categoricamente un coinvolgimento: “Non credevamo alle nostre orecchie: ci chiedevano di convincere le persone a non scappare, abbiamo detto subito di no”. “La Federazione delle chiese valdesi non ha dato alcuna disponibilità. Volevano fossimo una sorta di alternativa al trattenimento, in forme che sono comunque di controllo rispetto al movimento delle persone sul territorio. L’obiettivo dei corridoi umanitari è ben altro”, afferma Giulia Gori, responsabile vie complementari della Federazione delle chiese evangeliche in Italia.

La posta in gioco del Patto è chiarissima: limitare i movimenti secondari dei migranti. “Ci è stato imposto il numero più alto di procedure obbligatorie: 8.016”, ha detto ieri Rabuano. Per il governo la scommessa può funzionare solo se riesce a moltiplicare esponenzialmente i rimpatri, attraverso nuovi accordi con i paesi terzi di cui al momento non c’è traccia. In caso contrario l’effetto sarà quello di produrre una massa ancora più grande di “irregolari”, per i quali sarà impossibile, come avviene oggi grazie alla protezione speciale, regolarizzare la propria posizione alla luce dell’inserimento sociale, familiare e lavorativo.

Da un punto di vista economico, l’utilità di tutto ciò per un paese in forte deficit demografico e con una crescente richiesta di forza lavoro non esiste. Dal punto di vista politico della propaganda “sovranista” il boomerang rischia di essere ancora più grande. Limitare i movimenti secondari è una storica pretesa degli Stati dell’Europa centrale e settentrionale, già alla base del contestato regolamento Dublino. Cioè la norma che indica come paese competente sulla domanda d’asilo quello di ingresso del cittadino straniero.

Una legge puntualmente disattesa dai migranti che, a centinaia di migliaia, negli anni hanno scelto di continuare il viaggio verso nord: per raggiungere i parenti, andare a vivere in un paese di cui parlavano la lingua o semplicemente trovare condizioni di welfare e lavoro migliori rispetto agli Stati della periferia Ue. Una dinamica che, sotto sotto, ha sempre fatto il gioco delle destre italiane e che nel 2011 il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi agevolò esplicitamente concedendo un permesso umanitario di sei mesi alle migliaia di tunisini fuggiti dopo la caduta di Ben Alì. Risultato: moltissimi andarono in Francia. Il Patto Ue è una risposta all’autonomia dei migranti, che con i loro comportamenti affermano un diritto garantito a tutti gli europei: decidere dove andare a vivere. Non basterà un pacchetto di leggi o una serie di misure di controllo per fermare questo movimento.