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di Francesco Grignetti

La Stampa, 2 luglio 2023

L’incontro tra i due ministri, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, è di giovedì scorso. Si sono visti al Viminale perché c’è una urgenza che ora investe i due ministri: l’immigrazione clandestina. Dal decreto Cutro e anche dall’accordo europeo di Lussemburgo di questi giorni, discende infatti una svolta normativa che deve essere concretizzata. L’idea del governo Meloni è di riuscire là dove finora hanno fallito tutti, rimpatriando sul serio una quota di migranti irregolari.

E per arrivarci si sono modificate alcune norme cruciali. Le domande di asilo di richiedenti che provengono da Paesi considerati relativamente sicuri, saranno esaminate in tempi rapidissimi. Nell’attesa, i richiedenti saranno però rinchiusi in alcuni hotspot che avranno cancelli sbarrati e alte mura. Da questi hotspot non si uscirà facilmente. E se le domande dei richiedenti asilo saranno respinte, si pensa addirittura nel giro di qualche settimana, le persone dovrebbero essere riportate indietro in quanto meri migranti economici. Per riuscire nel piano, però, occorre non solo che il ministero dell’Interno costruisca velocemente quattro nuovi hotspot in Sicilia e Calabria, ma che poi siano operativi un numero congruo di funzionari prefettizi che esaminino le richieste e un numero altrettanto congruo di giudici di pace che convalidino l’espulsione coatta.

Il governo Meloni, insomma, vuole far vedere alla opinione pubblica e all’Europa che qualcosa accade sotto la regia della destra. E che non si accolgono passivamente gli sbarcati. Tanto più che i numeri continuano a crescere inesorabilmente. Perché il cerchio si chiuda, però, è necessario che anche il Paese di origine sia disponibile a riprendersi i suoi cittadini.

E qui il meccanismo si bloccherà perché sono pochissimi gli accordi di riammissione stipulati tra l’Italia e i Paesi da dove partono i migranti. Ce n’è uno che funziona abbastanza con la Tunisia. Uno che funziona male con l’Egitto. E uno che è stato appena firmato con la Costa d’Avorio, da mettere alla prova.

A scorrere le statistiche più recenti, in effetti, la Costa d’Avorio (con 7.291 sbarchi da inizio d’anno) è diventata la prima nazionalità dei clandestini che arrivano in Italia via mare. Seguono la Guinea, l’Egitto, il Pakistan, il Bangladesh, la Tunisia. La strategia del governo Meloni è presto detta, quindi: dimostrare che i rimpatri funzionano, trasformare il record negativo della Costa d’Avorio in un un record positivo, e quel punto spingere per altri accordi simili con il Burkina Faso, il Mali, il Camerun, la Guinea. Tutti Paesi dell’Africa occidentale che attraverso la rotta tunisina si affacciano sempre più vigorosamente in Europa dalle coste italiane.

Ovviamente al Viminale sanno bene che però un Paese poverissimo come la Costa d’Avorio accetterà di cooperare con l’Italia solo se vede una sua convenienza. E qui si guarda al mitico Piano Mattei, ai fondi della Cooperazione, ad accordi sull’agricoltura, a quote robuste di migrazione legale attraverso il Decreto Flussi. La scommessa di Giorgia Meloni comincia da qui. Matteo Salvini fallì clamorosamente quando promise mezzo milione di rimpatri. Era una sparata delle sue. Ma è anche vero che Salvini era “solo” un ministro dell’Interno.