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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 4 dicembre 2024

Il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, ha una scadenza cruciale: entro il 14 dicembre dovrà intervenire presso il ministero dell’Interno per decidere le sorti del Cpr di Ponte Galeria, situato alla periferia di Roma. L’appello, sostenuto da una lettera firmata da quaranta accademici italiani, tra cui esperti di diritto e medicina, pone l’attenzione sull’urgenza di chiudere questa struttura, definita “incompatibile con l’identità di Roma” e in aperto contrasto con i principi costituzionali su cui si fonda la città. Nel contempo, è stato da poco reso pubblico dal Garante nazionale delle persone private della libertà il rapporto di Mauro D’Ettore, il quale ha documentato le condizioni di trattenimento degradanti.

Ricordiamo che l’istanza nei confronti del sindaco è stata firmata da figure illustri, tra cui il professor Mauro Palma, ex Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale e attuale Presidente del Centro di ricerca “Diritto penitenziario e Costituzione” dell’Università Roma Tre. Secondo Palma, il Cpr rappresenta un’offesa ai diritti umani e alla dignità umana, trasformando la detenzione amministrativa in una punizione disumana. Gli accademici hanno sottolineato che il sindaco Gualtieri ha il potere di agire per chiudere il Cpr, in quanto il governo cittadino può sollecitare direttamente il ministero dell’Interno.

Ritorniamo alle osservazioni da poco pubblicate. Prima della sua recente scomparsa, D’Ettore aveva visitato la struttura in seguito a un episodio tragico: il suicidio di un giovane guineano, Ousmane Sylla, avvenuto il 4 febbraio 2024. Quella visita d’urgenza non si è limitata a constatare i danni materiali causati dalla protesta che seguì il suicidio. Ha invece rivelato un quadro di abbandono sistemico, di diritti negati e di vite spezzate, che ha spinto il Garante ad inviare le osservazioni alle autorità responsabili. Il caso di Ousmane Sylla non è un’eccezione, ma il simbolo di un sistema incapace di proteggere i più vulnerabili.

Nel Cpr di Ponte Galeria non esistono protocolli adeguati per prevenire il rischio suicidario, un aspetto che, secondo le normative internazionali, dovrebbe essere prioritario in qualsiasi contesto di detenzione. Durante la visita, D’Ettore ha rilevato che manca un vero screening psicologico all’ingresso, così come procedure per monitorare lo stato mentale delle persone trattenute. Lo Stato ha il dovere di proteggere la vita di ogni individuo sotto la sua giurisdizione, come ricorda la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Tra gli elementi più inquietanti documentati nel rapporto, c’è l’assenza di campanelli d’allarme nei moduli abitativi. Nei casi di emergenza, i detenuti non hanno alcun mezzo per richiamare l’attenzione del personale. Devono urlare o agitarsi davanti alle telecamere di sorveglianza, sperando che qualcuno li noti. È una situazione che rallenta inevitabilmente gli interventi e che, in più occasioni, ha avuto conseguenze fatali.

Entrare nelle stanze del Cpr di Ponte Galeria significa confrontarsi con un degrado materiale che diventa specchio di un degrado umano. Le stanze, spesso sovraffollate, sono dotate di letti privi di materassi o con materassi logori in gommapiuma. In alcuni casi, i detenuti sono costretti a dormire direttamente sulle reti metalliche. I bagni, condivisi da un numero eccessivo di persone, versano in condizioni igieniche disastrose. Durante l’ispezione, una donna trattenuta ha mostrato ai delegati del Garante il suo letto, privo di materasso, e il comodino, costruito con scatole di cartone. Per molti, le stanze non sono solo luoghi di reclusione, ma spazi in cui la dignità umana viene quotidianamente calpestata.

Il rapporto della Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili (Cild), presentato a novembre, aggiunge ulteriori dettagli scioccanti: involucri vuoti, dove i detenuti passano le giornate in completa inattività; campi sportivi e luoghi di culto, pur presenti, non vengono mai utilizzati. Un trattenimento senza scopo: nel 2023, solo il 23% dei detenuti ha lasciato il Cpr attraverso un rimpatrio, mentre il restante 77% è stato rilasciato senza alcuna misura concreta.

Il caso di Ousmane Sylla, suicidatosi a febbraio 2024, ha scatenato rivolte interne. Le persone detenute denunciano una totale mancanza di supporto psicologico e medico. Il destino del centro è ora nelle mani del sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, che ha il potere di chiedere la sua chiusura definitiva. La scadenza del 14 dicembre rappresenta un momento cruciale: agire significa scegliere tra il silenzio e la difesa della dignità umana.