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di Luciana Cimino

Il Manifesto, 5 luglio 2026

Non ci sono solo i ghetti. Anche nel ferrarese i braccianti vengono resi invisibili: solo il caporale sa dove alloggiano e lavorano. I padroni si nascondono affidandosi a “coop senza terra”. Sei del mattino di venerdì scorso. Il furgone con dentro 7 operai agricoli diretti nel rodigino è già in viaggio da più di un’ora quando esce di strada e precipita in una scarpata a Bondeno, nel ferrarese. Le operazioni di soccorso durano ore: solo per un caso fortuito i lavoratori non sono morti schiacciati dalle lamiere ma due di loro, un ragazzo di 21 anni e un bracciante di 65, sono molto gravi. Gli inquirenti sono al lavoro per chiarire la dinamica dell’incidente, del tutto simile a quello avvenuto il 9 maggio a Chioggia, quando un minivan è finito in un canale a Ca’ Lino causando la morte di tre operai agricoli.

Chiamarle vittime della strada è fuorviante. Anche la definizione di caduti sul lavoro non funziona dato che il “lavoro”, come definito dalla Costituzione italiana, molti braccianti non lo hanno mai conosciuto. Così come conoscono molto poco dell’Italia: quello che si vede dall’alloggio, le strade che scorrono dal furgone che li porta a raccogliere la frutta, i campi.

“Questo sistema è voluto - spiega al manifesto Matteo Bellegoni, capo dipartimento politiche migratorie e legalità della Flai Cgil - più lo stato crea barriere all’inclusione più offre ai datori di lavoro l’opportunità di gestire le persone come schiavi, senza alcuna possibilità di emanciparsi o di capire le norme di sicurezza e i contratti dato che non conoscono la lingua”. In agricoltura, su un milione di addetti regolari, 250mila non sono italiani. Anche nella pesca e nell’industria della trasformazione della carne crescono le presenze di cittadini extra Ue. In questo quadro la risposta del governo attraverso il decreto flussi non è stata sufficiente: solo il 16% di chi arriva in Italia attraverso questo percorso riesce a ottenere il permesso di soggiorno, il resto rimane senza documenti, in balia dei caporali. “Ma - avvisa Bellegoni - la narrazione del caporalato che si è creata è fuorviante”. L’agricoltura italiana è parcellizzata e frammentata: “Non esiste un’agricoltura ma più di cento e neanche coincidenti con una singola provincia: si differenzia da zona a zona”, sottolinea il responsabile del coordinamento dei migranti che il sindacato ha costruito con altre associazioni.

Di conseguenza esistono differenti tipi di assoggettamento dei lavoratori. Fermo restando i segnali univoci della riduzione in para schiavitù: paghe nette al di sotto della soglia di povertà a causa dei costi trattenuti per alloggi di fortuna, vitto e trasporto nelle campagne per 10/12 ore di lavoro al giorno, con un solo giorno libero a settimana. “L’Agropontino per certi aspetti è simile al ferrarese, sono entrambe grandi pianure bonificate. Ma a Latina le aziende sono chiuse, recintate con la casa del datore di lavoro in loco e i braccianti, una volta varcati i cancelli, spariscono”. Le brigate del lavoro della Fillea si recano alle 3 del mattino alle rotonde per intercettare i lavoratori indiani e pakistani o per fermarli mentre passano in bici, la sera si spostano nei borghi intorno alle campagne dove abitano.

A Ferrara le aziende agricole hanno grandi appezzamenti, nella stagione della raccolta impiegano anche 300 persone. Così come estese sono le dimensioni dei frutteti. In questo caso i camioncini del sindacato girano nei campi finché non vedono i bins, i cassoni per la raccolta della frutta. Sapere dove la notte gli operai vanno a dormire spesso è impossibile. In questa zona, come nel mantovano, non ci sono ghetti come quello di borgo Mezzanone, nel foggiano, o di Rosarno, in Calabria. I braccianti di origine migrante vivono in case apparentemente normali se non fosse che stanno in 15/20 dentro un appartamento procurato dai caporali, se hanno un materasso per terra a testa è già tanto. Vengono prelevati al mattino e riportati alla sera, spostati da una parte all’altra della provincia e spesso fuori regione. Intercettarli è ancora più difficile.

Qualche settimana fa 8 pakistani si sono recati alla Flai di Ferrara per denunciare i caporali: “Per capire dove avessero lavorato e per quale datore di lavoro, il sindacato li ha portati in incognito di notte per le zone della raccolta”, racconta Bellegoni. “Questo sistema è voluto e rappresenta una creazione artificiosa dello stato di bisogno: il caporale non fa sapere nulla ai lavoratori per farli dipendere in tutto e per tutto da quell’impiego al punto che alcune persone, pur vivendo nel nostro paese da 10 anni, non riescono neanche a salutare nella nostra lingua ma solo a dire sì o no”.

Differenze ci sono pure tra generazioni diverse, anche all’interno delle stessa comunità. Nella piana del Fucino, in Abruzzo, i marocchini arrivati 15/20 anni fa con sacrifici hanno comprato casa e permesso ai figli (spesso nati in Italia) di studiare. Quelli che invece sono arrivati dal Marocco con il decreto flussi sono isolati e finiscono nelle mani dei caporali. Anche le “malattie professionali” sono diverse da zona a zona. “Vendemmiare è una cosa, raccogliere angurie e meloni un’altra”, dice ancora Bellegoni. A Mantova nelle ultime settimane si è registrata una drammatica sequenza di decessi tra i lavoratori agricoli.

Un bracciante marocchino di 55 anni è morto a Borgocarbonara mentre era impegnato nella raccolta delle angurie a 38 gradi. “Le morti di fatica non derivano solo da violazioni dei protocolli per il caldo. Molti non erano mai stati da un dottore in patria e non lo vedono neanche qui, non viene richiesto il certificato medico prima di prendere un impiego, nessuno monitora il loro stato di salute. Nelle brigate del lavoro spesso ci sono anche dei medici, dobbiamo stare dentro queste contraddizioni o non saremo in grado di comprendere il fenomeno”. Poi ci sono le responsabilità dei datori di lavoro. “Da una parte bisogna denunciare la pervasività del caporalato; dall’altra non bisogna fornire alibi agli imprenditori che si lamentano di non avere canali legali di reclutamento e di essere quindi obbligati a rivolgersi a finte partite iva o a cooperative “senza terra” (che forniscono solo manodopera, ndr)”.