di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 settembre 2026
Tra poche settimane il giudice amministrativo di Roma discuterà un ricorso destinato a misurarsi con una forma di segreto di Stato. Lo hanno presentato i familiari di oltre settanta persone scomparse nel Mediterraneo centrale, assistiti da ASGI Medea, dopo due dinieghi opposti dalla centrale nazionale che coordina il soccorso in mare: il comando romano della Guardia costiera, indicato negli atti internazionali con la sigla Imrcc. Le famiglie volevano sapere una cosa sola: che cosa è stato fatto dopo la segnalazione di un’imbarcazione in pericolo. La risposta è stata che quei documenti riguardano pianificazione, programmazione, condotta e analisi di attività operative, e che mostrarli potrebbe danneggiare la sicurezza nazionale e le relazioni internazionali.
Quella formula non nasce per l’occasione. Per comprendere il comunicato delle famiglie, di ASGI Medea e di Alarm Phone, bisogna fare riferimento all’articolo 1048 del dpr 90 del 2010, il regolamento che raccoglie le norme sull’ordinamento militare. Alla lettera q di quell’elenco compaiono “programmazione, pianificazione, condotta e analisi di attività operative-esercitazioni NATO e nazionali”: documenti che restano invisibili fino a cinquant’anni, in nome della sicurezza, della difesa nazionale e dei rapporti con gli altri Stati. Mezzo secolo di attesa, per chi cerca un figlio adesso, equivale, di fatto, a un no definitivo.
I fatti stanno in poche righe. E nessuno li contesta. La sera del 26 agosto 2025 da Zuwara, in Libia, parte un’imbarcazione. L’ultimo contatto è della mattina dopo, quando un parente riceve la posizione: 64 miglia nautiche a nord di Zuwara, 95 a sud-ovest di Lampedusa. A bordo ci sono soprattutto persone somale, poi egiziane, eritree, pachistane e bangladesi. Nella notte fra il 27 e il 28 agosto Alarm Phone viene avvertita che i contatti sono saltati e allerta le autorità competenti. Poi il silenzio. Nessuno l’ha soccorsa e nessuno l’ha fermata in mare: né i libici, né i tunisini, né gli italiani, né i maltesi. Anche le organizzazioni non governative che in quei giorni navigavano in quel tratto di mare hanno fatto sapere di non aver mai incontrato quella barca. Nei mesi successivi i parenti si sono rivolti uno a uno ad Alarm Phone e ad ASGI Medea. Da quelle segnalazioni è uscito un elenco di 73 nomi.
Un dettaglio va riportato per quello che è, visto che non è possibile verificarne l’autenticità: alcuni familiari hanno ricevuto telefonate da numeri europei non identificabili e, in un caso, una persona ha detto di trovarsi detenuta in un carcere italiano su un’isola. ASGI scrive che non è stato possibile verificarla né collegarla con certezza all’imbarcazione. Resta il fatto che una famiglia, per sapere se il figlio è vivo, è costretta a inseguire una chiamata anonima. La prima richiesta di accesso agli atti è del 4 febbraio 2026, la seconda di maggio. Chiedevano una cosa precisa: che cosa hanno fatto le autorità italiane nelle ore successive all’allarme lanciato da quella barca. Non i piani di pattugliamento del canale di Sicilia. Non gli accordi con Tripoli. Le telefonate, gli orari, le decisioni di quelle ore. Entrambe le richieste sono state respinte con la stessa motivazione, e il secondo diniego è finito davanti al giudice amministrativo.
Un corpo militare per una funzione civile - Le famiglie hanno usato lo strumento che la legge chiama accesso difensivo: l’articolo 24, comma 7, della legge 241 del 1990 dice che un documento va mostrato quando serve a chi lo chiede per difendere un proprio diritto. All’udienza si deciderà se un elenco di categorie riservate, scritto in un regolamento, possa avere la meglio su una richiesta di questo tipo. Qui la faccenda diventa tecnica, ma fa comprendere il meccanismo. Il Corpo delle capitanerie di porto è un corpo specialistico della Marina militare, ma il soccorso in mare non è un’attività militare: dipende dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, indicato come autorità nazionale responsabile dal dpr 662 del 1994, cioè il regolamento con cui l’Italia ha dato attuazione alla convenzione di Amburgo del 1979 sulla ricerca e il salvataggio in mare, ratificata con la legge 147 del 1989. Lo stesso decreto affida al Comando generale delle capitanerie il coordinamento generale dei servizi di soccorso. Ricevere la telefonata di chi sta affondando, dichiarare lo stato di emergenza, chiedere alle navi vicine dove si trovano: sono atti di un servizio civile di salvataggio, annotati su registri, brogliacci e tracciati radar. Chiamarli pianificazione operativa di un reparto militare li sposta in un’altra casella giuridica. Quella dove la trasparenza si ferma.
Contro questa lettura le famiglie hanno costruito il ricorso su un principio mai usato prima in Italia per un caso simile: il diritto alla verità, cioè il diritto dei parenti di sapere che fine hanno fatto i loro congiunti e in quali circostanze. Non è un’invenzione. L’articolo 32 del Primo Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra riconosce alle famiglie il diritto di conoscere la sorte dei dispersi. La Corte interamericana dei diritti umani lo ha ampliato lavorando sulle sparizioni forzate in America Latina, da Barrios Altos contro Perù del 2001 fino a González e altre contro Messico del 2009, dove viene affermato l’obbligo degli Stati di indagare. La Corte europea dei diritti dell’uomo lo ha riconosciuto nei casi dei prigionieri consegnati alla Cia, Abu Zubaydah contro Lituania e Al Nashiri contro Romania, entrambi del 2018: la verità sulle violazioni gravi non riguarda solo le vittime, ma l’intera collettività. In Italia lo hanno applicato i giudici civili nelle cause sul disastro di Ustica.
Quando le carte si ottengono - Cosa succede quando i documenti si ottengono lo si è visto una volta sola. L’11 ottobre 2013 un peschereccio partito anch’esso da Zuwara affondò a sud di Lampedusa: 268 morti, decine di bambini. Il Comitato per i diritti umani dell’Onu, il 27 gennaio 2021, ha stabilito che l’Italia aveva violato il diritto alla vita non rispondendo con prontezza alle chiamate di soccorso. Nel processo davanti al Tribunale di Roma i reati sono caduti in prescrizione, ma i giudici hanno scritto nero su bianco che la nave militare Libra poteva muoversi ore prima. Il 24 giugno 2024 la Corte d’appello ha confermato quella ricostruzione, respingendo le richieste di assoluzione dei due ufficiali imputati. Si è arrivati lì perché un pubblico ministero aveva potuto sequestrare i registri della sala operativa, i fax, le comunicazioni radio. Documenti dello stesso tipo di quelli che oggi, davanti a una richiesta amministrativa, vengono definiti materia operativa e ricoperta dal segreto.
Intanto, il mare continua a restituire quello che nessuno va a prendere. Dal 14 agosto gli aerei di Sos Méditerranée e Sea-Watch e la barca a vela di Resqship hanno contato una ventina di corpi alla deriva a una cinquantina di miglia da Zuwara, e la Guardia costiera italiana ha spiegato al quotidiano Domani di avere girato la segnalazione ai libici, non essendo competente su quell’area. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, dall’inizio del 2026 nel Mediterraneo centrale si contano almeno 872 morti o dispersi, il 24 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2025, quando erano stati 702. Il ricorso non chiede di riscrivere le politiche migratorie. Chiede un orario, una registrazione, la prova che quella notte qualcuno abbia guardato lo schermo. Una madre, nel documento delle famiglie, scrive di suo figlio Ayuub e ripete due volte la stessa domanda: dov’è, che cosa gli è successo. Lo Stato italiano finora non ha detto nemmeno se possiede o no un documento su quella barca. Il 7 ottobre si vedrà se il segreto militare regge davanti a un giudice.









