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di Carlo Colloca


Left, 6 agosto 2021

 

Sono passati tre decenni dallo sbarco della Vlora ma una parte consistente della società italiana, e ancor più della politica, sembra ancora riluttante a voler prendere consapevolezza della profonda trasformazione in senso multietnico e multiculturale che viviamo da allora.

Le migrazioni rappresentano una costante nella storia dell'umanità. Gli individui si muovono per una molteplicità di ragioni, individuali o strutturali, economiche, politiche, socio-culturali e climatiche. Questa mobilità può avvenire a vari livelli: si attraversano i confini verso altre città e regioni; mentre alcune popolazioni si spostano da una nazione all'altra, e una parte di queste varca diversi continenti.

La migrazione assume forme specifiche, può essere volontaria o forzata, temporanea o permanente e ridisegna la morfologia socio-culturale, giuridica e spaziale di uno Stato. L'Italia queste dinamiche le vive da almeno trent'anni, da quel giovedì 8 agosto 1991, quando l'arrivo della nave Vlora, in viaggio da Durazzo a Bari, segnava l'inizio di una storia del Paese non soltanto come terra di emigrazione, ma anche di immigrazione. Si celebrano in questi giorni i trent'anni dallo sbarco di circa 20mila albanesi nel capoluogo pugliese, ma ancora una parte consistente della società italiana, e ancor più della politica italiana, sembra riluttante a voler prendere consapevolezza della profonda trasformazione in senso multietnico e multiculturale che viviamo da allora.

Va detto, però, che mentre in Europa, ben prima del 1991, si facevano largo modelli di accoglienza e inclusione dei migranti ispirati all'assimilazionismo (in Francia), alla centralità della dimensione comunitaria (in Germania), al differenzialismo (in Gran Bretagna) o all'interculturalità (in Svezia), l'Italia - a distanza di trent'anni dagli eventi di Bari - ancora non ha elaborato un suo modello. La produzione legislativa non è certo mancata, anche se fino alla metà degli anni 80, la Repubblica italiana, contraddicendo le disposizioni dettate dall'articolo 10 della Costituzione, regolava l'afflusso di cittadini stranieri sul proprio territorio rifacendosi al Testo unico delle leggi di Pubblica sicurezza del 1931, integrandolo periodicamente con circolari ministeriali per colmare le lacune della normativa fascista. Sarà la legge 943/86 (Legge Foschi) il primo intervento normativo degno di rilievo in materia di flussi migratori, anche se non prevedeva elementi di programmazione, ma soprattutto conteneva una visione semplicistica del mercato del lavoro degli immigrati, accompagnata da una serie di meccanismi complessi. Negli anni a seguire con la legge 39/90 (Legge Martelli) si ebbe un primo tentativo di trattare in modo organico la questione, dando la sensazione che si potesse intravedere una politica italiana in tema di immigrazione. In realtà nasceva per rispondere a situazioni emergenziali e, forse, non è un caso che rappresenti, ancora oggi, la base della legislazione in materia.

L'aver introdotto il Testo unico sull'immigrazione nel 1998, a seguito della legge 40198 (Legge Turco-Napolitano), è stato sicuramente un passaggio significativo, ma non determinante per offrire un modello italiano di accoglienza e inclusione, anche perché pesantemente riformata in senso restrittivo dalla legge 189/02 (Legge Bossi-Fini). Segue un ventennio segnato dall'avvicendarsi di "pacchetti sicurezza" (protagonisti soprattutto i ministri dell'Interno Maroni, Minniti e Salvini), di pratiche discriminatorie dei diritti umani nel farraginoso sistema dell'accoglienza fra Cpt, Cara, Cas e Cie-Cpr e di accordi con Paesi, quali la Libia, per contenere gli arrivi.

Fanno eccezione rari casi di misure in materia di protezione internazionale e di scelte che andrebbero rafforzate per realizzare progetti sostenibili di accoglienza - quale l'ex Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), oggi Sistema di accoglienza e integrazione (Sai), costituito dalla rete degli enti locali. Fra le eccezioni, anche il grande lavoro di certo volontariato che tanto si spende su questo fronte. Forse, a ben vedere, a trent'anni dall'attracco della nave Vlora al porto di Bari, l'Italia un modello di accoglienza e di inclusione l'ha elaborato ispirandosi alla cultura dell'emergenza e della sicurezza.

Diversamente è difficile spiegarsi i tempi prolungati di permanenza nel sistema di accoglienza e l'insostenibilità dello stesso in termini di rispetto dei diritti umani e, altresì, come possa permanere nella condizione di cittadino a metà anche chi, immigrato, ma residente regolarmente in Italia (ad oggi sono 5.035.643 e rappresentano l'8,5% della popolazione residente), non gode dei diritti di elettorato attivo e passivo (soprattutto se extracomunitario), anche se incide sulla composizione dei collegi elettorali. Dunque vive da suddito in un Paese di cittadini, un po' come accadeva alle donne in tempo di suffragio universale maschile.

Ancor più dequalificante per una società democratica è la questione della cittadinanza con riferimento ai figli dei cittadini stranieri. Anche se nati in Italia e, quindi, non migranti, vigendo lo jus sanguinis sono discriminati per ragioni biologiche e poco importa se condividono stili di vita, dialetti e pratiche sociali dei coetanei autoctoni. Infine c'è il dramma di quanti sono ridotti in schiavitù per consentire che una parte consistente dell'economia agricola non vada in crisi! Il tempo trascorso da quel giovedì 8 agosto 1991 non sarà ricordato come un trentennio glorioso per l'Italia in tema di politiche migratorie e modelli di accoglienza e inclusione.

Il timore è che, complice anche la pandemia da Covidl9, cresca un sentimento di estraneità per evitare/discriminare l'altro, soprattutto se immigrato, innescando conflittualità latenti o manifeste tra un "noi", al quale la cittadinanza apparterrebbe per nascita, per storia, per tradizione, per sangue, per radicamento territoriale e un "loro", i nuovi arrivati, che - stando a taluni - "non possono" e "non devono" rivendicare diritti.