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di Giulia Ricci

La Stampa, 9 agosto 2025

Class action di 18 immigrati, per la prima volta un tribunale condanna il ministero: procedure che ostacolano i diritti. Una prassi che impone “condizioni mortificanti” e dagli effetti “discriminatori” per i richiedenti asilo. E l’obbligo di cambiare il proprio modello organizzativo. Con una sentenza destinata a fare giurisprudenza in tutta Italia, il Tribunale di Torino definisce così le lunghe code (e le inutili attese) davanti agli uffici della Questura per la richiesta di protezione internazionale. La decisione del giudice Andrea Natale arriva in risposta ad una complessa azione collettiva antidiscriminatoria, la prima giunta ad una analisi di merito in Italia, portata avanti da 18 richiedenti asilo e dall’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, contro il Ministero degli Interni e la Questura di Torino.

Dopo anni di denunce e presidi, mesi fa nel capoluogo sabaudo è divampato il caso di corso Verona, dove uomini e donne di ogni età, con bambini al seguito, si accampavano per giorni per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno. Da marzo, quegli uffici per metà inagibili sono stati chiusi, con l’illusione che quel capitolo buio per l’inclusione e i diritti dei migranti fosse finito. Gli sportelli sono stati delocalizzati e, al netto di disagi e attese, le polemiche si sono placate.

Nel frattempo, però, c’erano centinaia di persone che alle dieci del mattino lasciavano affranti via Dorè, in pieno centro, senza avere risposte, ma soprattutto il via libera per accedere all’accoglienza, trovare un medico o cercare un lavoro. Il tutto rischiando, come si legge nel ricorso, “misure privative della libertà personale”, Cpr compreso. O, peggio, di essere espulsi e tornare nel Paese in cui sono perseguitati o subiscono violenza. Tutti i diciotto ricorrenti hanno tentato di entrare in quegli uffici decine di volte, arrivando alle prime luci dell’alba. Non c’è infatti possibilità di prenotazione online (la motivazione, anche questa scardinata dai ricorrenti, sarebbe la “mancanza di documenti”), e nemmeno di prendere un appuntamento una volta arrivati lì.

Maria Lolas (i nomi sono di fantasia, ndr) scappa insieme alla figlia da un marito violento; Santa Perrua racconta, davanti ai giudici, come un “poliziotto in divisa” le abbia spiegato “che davano priorità alle famiglie con bambini e di Paesi diversi dal suo, come la Cina”. All’ennesimo tentativo, si sono rivolti tutti a un avvocato.

“Ogni giorno - spiega l’Asgi - solo circa 10 persone possono presentare la domanda e i criteri di scelta non sono trasparenti”. Da qui, il moltiplicarsi di ricorsi “che non è dovuta alla nostra intraprendenza - spiega l’avvocata del Foro di Torino Silvia Franceschini -, ma ad un problema pratico: ci siamo resi conto che non esistono soluzioni alternative per formalizzare la richiesta di asilo. Le gravi carenze nella gestione degli appuntamenti e nella ricezione delle domande è ormai un problema endemico, giustificato da scarsità di risorse, eccessivo numero di utenti e dalla rivendicata discrezionalità di operato della Pa. Per questo - aggiunge - abbiamo ritenuto opportuno ricorrere ad un nuovo strumento: l’azione collettiva, infatti, non mira semplicemente a ripristinare i diritti individuali lesi, ma a combattere un pregiudizio sistematico e a garantire che le politiche e le prassi che lo perpetuano vengano corrette”. La situazione delle code, infatti, si ripete in tantissime altre città, da Firenze a Bologna fino a Roma. Un’azione che vuole quindi essere uno stimolo “per affrontare con onestà intellettuale - conclude l’avvocata - il grave problema della sistematica lesione di diritti soggettivi di una categoria di persone vulnerabili e senza nascondersi dietro il paravento della discrezionalità amministrativa, ma iniziando a pensare a soluzioni pratiche per evitare il perpetrarsi della medesima violazione”.

La richiesta degli avvocati, quindi, non è stata solo quella di “condannare la Pa all’accesso e registrazione della domanda di asilo con contestuale rilascio del verbale”; ma anche di accertare e dichiarare “il carattere discriminatorio” della Questura. A fondamento, le possibilità di prenotazione dei servizi e modalità molto più semplici per i cittadini italiani e gli stranieri con permesso di soggiorno. E il giudice ha dato loro ragione: “Le procedure adottate” sono “illegittime” “in quanto ostacolano, ritardano e rendono eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti” conferiti dall’Unione europea e dalle leggi italiane. Ma l’impossibilità di prenotazione, le code e i criteri “oscuri, siccome non resi noti agli interessati”, sulla cui base gli agenti “operano la scelta per individuare tra le persone” in attesa quali far arrivare agli sportelli (oltre all’impossibilità di capire con un “contatto fugace” quali siano, ad esempio, le donne in gravidanza e quindi con precedenza) costituiscono “una discriminazione” “per motivi nazionali”.

Da qui, l’obbligo per la Questura torinese di seguire il “modello Milano”, con un sistema di calendarizzazione degli appuntamenti attraverso una piattaforma informatica e con l’aiuto di enti del terzo settore, con la distinzione tra richiedenti protezione che hanno documenti di identità e chi non li ha: “Questa vittoria - conclude l’Asgi - pone un tassello fondamentale nell’ambito della lotta alle prassi illegittime adottate dalle Questure sull’intero territorio nazionale ed apre la strada a nuove possibili azioni strategiche, stabilendo il principio per cui l’assenza di modelli organizzativi trasparenti e rispettosi della dignità personale costituisce una discriminazione diretta”. È compito dello Stato “trovare risorse adeguate e strumenti efficaci”.