di Lorenzo D’Agostino
Il Manifesto, 10 luglio 2025
Da quando è entrato in Italia ad agosto 2018 sulla nave Diciotti, Mohammed Ezet Al Jezar ha conosciuto solo la detenzione. In tre forme diverse. La prima senza neanche una parvenza di legalità. Da quando è entrato in Italia ad agosto 2018 sulla nave Diciotti, Mohammed Ezet Al Jezar ha conosciuto solo la detenzione. In tre forme diverse. La prima senza neanche una parvenza di legalità: bloccato per nove giorni a bordo sull’unità della guardia costiera, con altri 177 naufraghi, per ordine dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. A marzo la Cassazione ha certificato che fu un atto di puro arbitrio, condannando lo Stato italiano a risarcire i migranti.
La detenzione più lunga, stavolta sancita da un giudice, arriva dopo lo sbarco. Accusato con altri due egiziani di essere uno degli scafisti del peschereccio su cui viaggiava, Al Jezar è stato arrestato e condannato a otto anni. Ne ha scontati sei e mezzo: a marzo ha ottenuto la liberazione anticipata per buona condotta. Subito dopo è stato trasferito in un Cpr, per “pericolosità sociale”. “Finito di scontare la pena ero felicissimo, finalmente era arrivata la libertà - racconta per telefono al manifesto dal Centro di permanenza per i rimpatri di Trapani - Ma all’ufficio matricola c’era la polizia ad aspettarmi per portarmi al Cpr”.
A giustificare la presunta pericolosità basta la condanna per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Una sentenza che si basa su prove particolarmente esili anche per gli standard dei processi agli scafisti. “Nel mio processo non è venuto nessun testimone a dire: ha guidato lui”, ricorda. Le cinque dichiarazioni che lo indicano come parte dell’equipaggio sono solo nei verbali di polizia. Nessuna è stata confermata in aula: i testimoni erano irreperibili. Eppure quegli stessi naufraghi hanno poi fatto causa allo Stato per il trattenimento sulla Diciotti.
La prova principale contro Al Jezar è un messaggio trovato su un telefono attribuito a lui: “Stai attento, non accendere il Thuraya (telefono satellitare) in mare… che Allah ti aiuti”. Il messaggio è di due mesi prima dello sbarco, non fa riferimento a quel viaggio e Al Jezar nega che il telefono fosse suo. I giudici non gli hanno creduto, ma nella sentenza escludono un ruolo nell’organizzazione criminale. “Le organizzazioni non affidano a propri uomini l’ultima parte del viaggio - scrivono - Per il rischio di affondare e la possibilità di essere riconosciuti e accusati”.
Il 5 luglio il trattenimento di Al Jezar nel Cpr è stato prorogato per altri 90 giorni. Una decisione che ignora la pena scontata, i permessi premio, il volontariato in carcere, l’offerta di alloggio e lavoro di un’associazione palermitana. Per i giudici la condanna passata è una marca di pericolosità sociale inestinguibile. L’avvocato Pasqualino contesta: “La pericolosità va valutata all’attualità, non può basarsi solo su una condanna già espiata”.
Cercava la libertà, Al Jezar, in fuga da una condanna a cinque anni di lavori forzati inflitta da un tribunale militare del regime di Al Sisi. Per aver abbandonato il posto di guardia, dice la sentenza, vista dal manifesto. In Italia ha trovato solo prigionia: “Da quando sono entrato qua i giudici e la legge italiana mi hanno fatto solo soffrire. Comandano loro, io non sono nessuno. Posso solo usare la mia voce stanca, ma non ce la faccio più, sono stanco di esprimere il mio dolore tramite un telefono”.
Dopo la proroga, ha iniziato uno sciopero di fame e sete. Con temperature vicine ai 40 gradi, è durato tre giorni. Domenica scorsa, capito che nessuno l’avrebbe ascoltato, l’ha interrotto. La sua è una delle tante proteste invisibili che attraversano i Cpr italiani, da Caltanissetta a Bari. Detenuti senza condanna si rifiutano di essere sepolti vivi: “Ti danno pastiglie per dormire, dicono: così non pensi troppo. Tutti fanno avanti e indietro e ci guardano: polizia, militari, carabinieri, dirigenti, lavoratori. Ci guardano come animali del circo, chiusi in gabbia”.











