di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 marzo 2025
Una sentenza del Tribunale di Roma ha segnato una svolta epocale nelle politiche migratorie italiane, riconoscendo la responsabilità dello Stato nel “respingimento delegato” di 170 persone verso la Libia nel 2021, in collaborazione con le autorità libiche. Parliamo della scorsa legislatura e ciò rende l’idea delle politiche migratorie repressive che attraversano qualsiasi schieramento politico. Tra loro c’è A., sopravvissuto a detenzione e torture, arrivato ieri a Roma grazie a un visto umanitario ordinato dal giudice per richiedere asilo. La decisione svela il ruolo attivo dell’Italia nel sistema di respingimenti illegali e apre la strada a centinaia di altre vittime alla ricerca di giustizia.
Il 14 giugno 2021, la nave mercantile Vos Triton, battente bandiera di Gibilterra, soccorse 170 persone nel Mediterraneo centrale. Nonostante gli appelli della rete Alarm Phone, il Centro di Soccorso Marittimo italiano evitò di coordinare uno sbarco sicuro in Europa, ordinando alla nave di attendere l’arrivo della motovedetta libica Zawiya. Le persone furono così riconsegnate alla Guardia Costiera libica, con il supporto logistico e operativo delle autorità italiane. In Libia, i sopravvissuti finirono in centri di detenzione, sottoposti a violenze sistematiche, lavori forzati e abusi documentati da organizzazioni umanitarie. A., oggi 27enne, ha trascorso quasi 4 anni in quei lager prima di ottenere giustizia.
Il Tribunale di Roma ha stabilito che l’Italia, pur non avendo navi proprie sul luogo, ha esercitato un “controllo qualificato” sull’operazione, violando il diritto internazionale. Le omissioni del Mrcc Roma hanno creato un nesso diretto tra lo Stato italiano e le violazioni subite da A., rendendo l’Italia responsabile di non aver garantito uno sbarco sicuro. “La Libia non può essere considerata un porto sicuro”, si legge nella motivazione, che condanna la prassi dei respingimenti indiretti. “Questa sentenza smaschera una strategia sistematica: le autorità italiane, pur sapendo dei rischi, esternalizzano i respingimenti alla Libia per evitare arrivi in Europa”, ha dichiarato Nicola Datena, avvocato di A. e membro dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione. L’associazione Baobab Experience, che ospiterà A. a Roma, sottolinea l’assurdità di dover ricorrere ai tribunali per salvare vite umane. “Basterebbe rilasciare visti per evitare i viaggi della morte e destabilizzare i trafficanti”, ha commentato Alice Basiglini, attivista dell’organizzazione.
Intanto, il JLProject - che ha identificato oltre 700 vittime di respingimenti illegali - celebra la sentenza come un precedente cruciale. “Riconoscere la regia italiana nei respingimenti apre la porta a migliaia di richieste di risarcimento”, afferma Sarita Fratini, coordinatrice del progetto. Nonostante i reiterati rapporti dell’Onu sulle condizioni disumane nei centri libici, l’Unione europea continua a finanziare le autorità locali per bloccare i flussi migratori. A. è uno dei pochi fortunati: molti suoi compagni di viaggio sono ancora prigionieri, mentre l’Italia resta al centro di accuse per il suo ruolo di “regista occulta” nelle operazioni di respingimento.
La sentenza del Tribunale di Roma potrebbe innescare un effetto domino: oltre 50 ricorsi simili sono già in attesa di esame. Ma la battaglia è politica: mentre l’Ue rivede i suoi accordi con la Libia, le Ong chiedono corridoi umanitari e un’inversione di rotta nelle politiche migratorie. Per A., intanto, inizia una nuova vita. La sua storia, però, è un monito: il prezzo della “fortezza Europa” si misura in corpi spezzati e diritti calpestati.











