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di Alessandra Ziniti

La Repubblica, 5 dicembre 2023

Due pezzi di Albania dichiarati territorio italiano, l’hotspot di Shengjin e il centro di trattenimento e Cpr di Gjader come se fossero ambasciate, una commissione per vagliare le richieste di asilo insediata in loco, il foro competente per la giurisdizione (quello di Roma) con giudici e migranti collegati in videoconferenza tutte le volte che sarà necessaria un’audizione, ad esempio in caso di ricorso. Nel tentativo di rendere praticabile l’applicazione del protocollo e di contenere gli oneri di spesa già enormi e stimati attorno ai 92 milioni solo per il primo anno, più i 16,5 da versare entro i primi tre mesi all’Albania e il deposito di 100 milioni come cauzione per spesa extra.

Ecco il cuore del disegno di legge di ratifica del protocollo d’intesa Italia-Albania che oggi il consiglio dei ministri varerà per consentire di accelerare i tempi per la realizzazione delle strutture destinate ad ospitare prima dell’inizio dell’estate i richiedenti asilo salvati da navi militari italiane e destinati ad una probabile espulsione perché provenienti da Paesi sicuri: “non più di 3.000 insieme”, dice l’accordo ma, almeno nei primi tempi, i posti saranno solo 720.

Le deroghe alle norme nazionali - Il provvedimento, assai corposo, è filato liscio ieri pomeriggio in preconsiglio dopo che la bozza era stata affinata in un’ultima riunione tecnica dai capi degli uffici legislativi dei ministeri degli Esteri, Interno e Giustizia. Un testo che l’esecutivo ritiene blindato e che deroga in maniera importante al quadro normativo nazionale.

Centri con 4 metri di filo spinato - I centri, come annunciato, saranno due: a Shengjin un hotspot da 300 posti, con recinzioni di filo spinato alte 4 metri, dove i migranti, uomini e donne (ma non quelle incinte, i minori e le persone fragili) verranno identificati e potranno avviare le procedure per la richiesta d’asilo. Uno dei punti più controversi visto che la legislazione prevede che l’asilo possa essere chiesto solo nel territorio dello Stato membro, alla frontiera o nelle acque territoriali e di transito, luoghi che nulla hanno a che fare con l’Albania, ma che le nuove norme consentiranno come se l’hotspot fosse un’ambasciata italiana. Dopo l’identificazione i migranti verranno portati nel centro di Gjader (10 edifici fatiscenti da ristrutturare per un totale di 2.000 metri quadri) che, almeno all’inizio, vedrà attivati 300 posti per i richiedenti asilo sottoposti alle procedure accelerate di frontiera e 120 di vero e proprio Cpr. Qui verranno rinchiusi (per un periodo massimo di 18 mesi) coloro che, non avendo ottenuto il permesso di soggiorno, dovranno essere rimpatriati: e saranno sostanzialmente tunisini ed egiziani, gli unici per i quali l’Italia ha un accordo con i Paesi d’origine.

I ricorsi valutati dai giudici di Roma - Nel centro da 300 posti di Gjader verranno trattenuti (per un massimo di 28 giorni) i richiedenti asilo provenienti da Paesi sicuri da sottoporre a procedure accelerate di frontiera. E qui è previsto il primo intervento dei giudici chiamati a convalidare il provvedimento di fermo. Giudici del foro di Roma, secondo la legge visto che i presumibili ricorsi dei migranti saranno contro il ministero dell’Interno. Nel caso di audizioni, è previsto l’uso di collegamenti in videoconferenza per consentire ai migranti (nonostante le evidenti difficoltà legate alla lingua e alla loro condizione) di poter essere ascoltati dai giudici. Il tutto con l’incognita del verdetto della Cassazione che il 30 gennaio prenderà in esame il ricorso del Viminale contro le sentenze di diversi giudici delle sezioni immigrazione che ritengono illegittime le nuove norme sul trattenimento dei richiedenti asilo previsto dal decreto Cutro e che, di fatto, sono il pilone su cui si fonda tutta l’operazione Albania.