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di Stefania Pagliazzo

La Repubblica, 31 luglio 2024

Mi chiedono spesso, soprattutto colleghi, come faccio a mettere insieme il mio lavoro di psicoterapeuta con il mio attivismo politico. Io rispondo sempre: “Ma come fate voi a non farlo?”. Da più di dieci anni mi occupo di clinica, cura e accoglienza di migranti in transito, più o meno, forzato dalla Sicilia. Utilizzo le parole “transito forzato dalla Sicilia” perché solitamente siamo abituati a pensare che sia la partenza dai Paesi di origine ad essere forzata ma, nella maggior parte dei casi, lo è anche l’approdo. Un numero notevole delle persone ascoltate in questi anni sulle navi di salvataggio, negli hotspot, nei centri di accoglienza, nelle carceri vorrebbero essere solo di “passaggio” dall’Italia e dalla Sicilia ma sono costretti per lunghi periodi a sostare da “noi” sospesi, a causa delle normative vigenti, invece di poter continuare il proprio progetto migratorio liberamente. Se queste persone potessero scegliere di farlo raggiungerebbero volentieri i loro parenti, i loro amici e i loro sogni in altre città europee e, forse, oltre.

All’inizio di questo mio viaggio come operatrice umanitaria non avrei mai pensato che avrei dovuto imparare come ci si prende cura di persone con esiti di tortura; di donne, uomini e bambini portatori di ferite che riguardano l’anima ed il corpo, lacerazioni visibili e invisibili, spesso indelebili. Ingenuamente avevo immaginato la tortura come una pratica lontana da me nel tempo e nello spazio; ho scoperto, mio malgrado, che la tortura è pratica usuale a poche miglia da casa mia. Di fronte a me ne ho toccato i segni e ne ho ascoltato le urla.

Ho imparato come ci si prende cura dei sintomi da trauma estremo; quali sono le evidenze cliniche e quali i diversi percorsi terapeutici da intraprendere per chi ha attraversato l’inferno del Sahara, i Centri di detenzione in Libia, la traversata troppo spesso mortale del Mediterraneo Centrale. Ho imparato presto che aggiornare e mettere in pratica le sole competenze cliniche non sarebbe bastato a guarire queste persone. Ho avuto chiaro che la loro qualità di vita, fisica e psicologica, non sarebbe migliorata se avessi lavorato, solo, sulle mie competenze come terapeuta. Ho imparato che queste persone avevano bisogno per stare meglio che io mi occupassi anche di “politica” e che questo impegno doveva andare oltre le stanze degli ambulatori degli hotspot e dei centri di accoglienza, oltre le mura degli uffici delle carceri, oltre le terapie psicoterapiche e farmacologiche.

Per prima cosa ho capito che fare “politica” significava avere occhi e orecchie nuove per guardare i fenomeni, ascoltare le storie e produrre cura. Esiste un termine magrebino Ghorba apparentemente intraducibile in italiano. Esso ha un significato molto ampio: descrive il sentimento di estraneità nell’essere stranieri e lontani dalla propria terra. È un sentimento per noi difficile da comprendere, è quella sensazione di malinconia, lontananza, non appartenenza che si prova lontano dalle proprie radici, dalla propria casa, dalla propria famiglia, dal proprio cibo, dai propri odori e colori. Partire è di per sé un evento traumatico, soprattutto lo è per chi fugge da guerre, ingiustizie, povertà, cambiamenti climatici, carestie, sopraffazione dei diritti minimi, matrimoni forzati e per chi ricerca un futuro dignitoso mancato e sogni spezzati.

Fare “politica” oltre le stanze di psicoterapia ha significato non dare più nulla per scontato, soprattutto i diritti fondamentali. Se non mi fossi interessata alla tutela dei diritti di queste persone non le avrei aiutate a stare meglio. E allora ho pensato che toccava partire dalla tutela del diritto inalienabile: il diritto alla vita. Bisognava salpare e andare a salvare in mare queste persone come ha fatto dal 2018 la nostra Mare Jonio di Mediterranea Saving Humans. Bisognava urlare con i fatti che la vita di ogni essere vivente è importante. Ogni singola vita. E che da lì doveva passare ogni forma di cura.

Il terapeuta che fa “politica” sa che nessuno può guarire in una società malata. E prima di tutto sa che bisogna imparare a prendersi cura di essa e dei sintomi che essa manifesta. I sintomi di questa società malata per chi migra sono la chiusura delle frontiere; le norme che ne ostacolano il soccorso; le loro catture e deportazioni in terra e in mare; la detenzione nei CPR di persone che non hanno commesso nessun reato; la falsa battaglia che da anni viene portata avanti nei confronti dei presunti scafisti che non è altro che la costruzione di capri espiatori che ad ogni sbarco devono essere accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e che devono venire sacrificati per portare avanti la propaganda in materia di immigrazione e di presunta sicurezza, come lo sono le due giovani donne iraniane Maysoon Majidi e Marjan Jamali; la mancanza di lavoro sicuro e dignitoso e la morte di braccianti in nero come Daouda Diane o di Satnam Singh; la difficoltà ad avere documenti regolari e libertà di movimento; la criminalizzazione delle ONG e di chi si occupa di salvataggio in mare.

Ne consegue che prendersi cura per un terapeuta significa attivarsi in politica per curarla questa società, a volte, disobbedendo e divergendo e, a volte, cercando di inserirsi in contesti che possano aiutare a modificarla dall’interno dei ruoli istituzionali. Non possiamo più essere terapeuti che si comportano come i colonizzatori che cercano di imprimere l’uguaglianza sul piano della cultura e della cura. Urge una rivoluzione culturale della cura che introduca la dimensione della differenza in ogni ambito del vivere. Carla Lonzi scriveva: L’uguaglianza è quanto si offre ai colonizzati. È il principio in base al quale l’egemone continua a condizionare il non-egemone. Il mondo dell’uguaglianza è il mondo della sopraffazione legalizzata, dell’unidimensionale; il mondo della differenza è il mondo dove il terrorismo getta le armi e la sopraffazione cede al rispetto della varietà e della molteplicità della vita. È davvero materia così lontana la psicoterapia dalla politica?