di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 25 novembre 2022
Al Consiglio europeo straordinario dei ministri dell’Interno il capo del Viminale si presenta con una proposta in venti punti. Roma pronta ad accogliere 100 mila migranti con approdi regolari. L’appello alla redistribuzione.
Quote di ingressi legali che potrebbero anche arrivare a 100.000 con il decreto flussi 2023, se (e solo se) le filiere produttive lo richiederanno, e forte stretta sui rimpatri. Nella speranza che gli impegni sulla redistribuzione si concretizzino e che il Piano Marshall per l’Africa prenda forma, questo è quello che l’Italia intende fare nell’immediatezza per governare i flussi migratori. E soprattutto questo è quello che l’Italia vorrebbe facesse anche l’Europa. Meccanismi centralizzati condivisi per gestire sia gli ingressi legali che i rimpatri: ecco la proposta che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi porterà oggi sul tavolo del Consiglio straordinario dei ministri dell’Interno della Ue nel tentativo di incanalare verso soluzioni concrete il piano d’azione in venti punti per il Mediterraneo presentato dalla Commissione europea ma che rischia di scivolare giù nella lista delle priorità in vista di un’ondata di nuovi profughi dall’Ucraina.
I rimpatri dei cosiddetti migranti economici sono la spina nel fianco del governo. Tanto che - pur nella sostanziale assenza di accordi con i paesi di origine che consentano di rimandarli a casa - il primo provvedimento adottato dal Consiglio dei ministri in tema di immigrazione è stato lo stanziamento, nella legge di bilancio, di 42 milioni di euro per ampliare la rete dei Cpr, i terribili centri di permanenza per il rimpatrio dei migranti espulsi. Veri e propri centri di detenzione amministrativa, quasi sempre in condizioni poco dignitose, dove la vita è scandita da rivolte e suicidi e dove in attesa di un volo che non arriva quasi mai, i migranti vengono trattenuti per periodi che possono arrivare fino a quattro mesi.
Non un euro per l’accoglienza, nonostante proprio ieri a Milano il ministro Piantedosi abbia ribadito che “il sistema garantito dai sindaci è in forte difficoltà e necessita di una programmazione adeguata”, e invece 42 milioni in tre anni per l’ampliamento e l’adeguamento dei centri di rimpatrio e per le spese di gestione. Una scelta quella del governo che la dice lunga sulla strategia che l’Italia intende portare avanti per contrastare i flussi migratori: trasformare in detenuti di fatto, in strutture affidate a privati fuori dalla giurisdizione di qualsiasi magistrato di sorveglianza, i migranti che non presentano i requisiti per ottenere l’asilo. Cercando allo stesso tempo di frenare i movimenti secondari verso gli altri Paesi che l’Europa ci rimprovera di favorire e facendo leva su un altro elemento di dissuasione a mettersi in mare per chi non ha diritto a rimanere.
Attualmente in Italia i Cpr attivi sono dieci per 1.100 posti che, per lo più, ospitano soggetti ritenuti pericolosi, con precedenti penali, condannati e comunque originari dei pochissimi Paesi con cui l’Italia ha stretto accordi per il rimpatrio. E più di 3.000 persone all’anno non si è mai riusciti a rispedire indietro. Per tutti gli altri (circa 50.000 nel 2022) il provvedimento di espulsione equivale ad un foglio di via verso la libertà in clandestinità. “Quello fondato su hotspot, Cpr, rimpatri, è un sistema caratterizzato da molte sofferenze inutili e grande dispendio di denaro”, dice Danielle de Robert, componente del collegio del Garante nazionale dei detenuti. Nel 2021 meno della metà degli immigrati chiusi nei Cpr sono stati effettivamente rimpatriati, gli altri dopo 3 o 4 mesi di (a quel punto) illegittima detenzione sono stati lasciati liberi. La china di una vecchia fallimentare stagione che l’Italia si appresta a risalire.










