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di Claudio Dionesalvi

Il Manifesto, 17 settembre 2025

L’odissea di un giovane camerunense accolto nella comunità arbëreshë di Acquaformosa, scampato a tutto tranne che alle difficoltà per ottenere la protezione internazionale. È una drammatica simulazione d’esame quella che si svolge in una stanzetta dell’associazione “Don Vincenzo Matrangolo” a Acquaformosa, in provincia di Cosenza. Due giovani donne di origini arbëreshë preparano un ragazzone camerunense che tra pochi giorni sarà chiamato a ricostruire la propria esistenza davanti alla Commissione territoriale per il riconoscimento della Protezione internazionale. Di prassi il colloquio propedeutico tra l’operatrice e interprete Lucia Anna Grillo, l’avvocata Lidia Vicchio e il 28enne Justin dovrebbe durare al massimo un’oretta. Invece il tempo si ferma e per un’abbondante mezza giornata gli sguardi a volte cercano riparo verso il soffitto; lacrime sgorgano, labbra si contraggono in espressioni di sconforto.

“Dovrai dire tutta la verità, senza saltare un solo istante della tua vita”, spiega la legale difensora Vicchio. Il ragazzo annuisce, parla un ottimo francese e capisce l’italiano: “Sono nato in Camerun e cresciuto con i miei nonni, perché mia madre mi abbandonò dopo la nascita. Quando avevo 6 anni, morirono anche loro e mi ospitò mia zia, a Bafia. Spesso mi picchiava. Dovevo lavorare molto, in casa e fuori. Per strada vendevo acqua. Una sera tornai senza averla venduta tutta, lei mi ordinò di uscire e continuare a lavorare, ma io mi rifiutai perché ero stanchissimo, allora mia zia provò a legarmi. Cercai di scappare, lei mi tratteneva e cadde dalle scale. Scappai e mi rifugiai da un amico”. Il giorno dopo, una cugina informa Justin che la zia è morta. Per la famiglia, più che un assassino ora lui è uno stregone. Qualche anno prima, infatti, anche il nonno, in sua presenza, era morto di vecchiaia.

“Cercai mio padre - sospira il ragazzo - lo trovai e per un po’ rimasi con lui. Facevo il venditore di libri per strada. A 11 anni mi mandò da mia nonna paterna che abitava a Obala. Vendevo vestiti con mio zio che però non mi dava niente. Intanto mio padre morì e rimasi lì fino a 16 anni. A 17 mi trasferii a Yaoundé e mi guadagnai da vivere con una bancarella; vendevo noci di cocco. Conobbi un signore che mi propose di lavorare nel giardinaggio. Rimasi con lui per qualche anno. Un giorno incontrai una zia che mi condusse da mia madre, ma quando lei mi vide, mi scacciò. Ormai aveva un’altra famiglia. E io non ne facevo parte. Poco tempo dopo, conobbi la ragazza che diventò mia moglie. Rimase incinta. Nacque nostra figlia. Decidemmo di partire, andammo in Nigeria, poi in Niger”.

Il passaggio delle frontiere, com’è noto, si rivela sempre un valico infernale. Ai passeur la coppia deve sborsare una prima tangente. Al confine tra Niger e Algeria i trafficanti aggrediscono la ragazza, cercano di violentarla, Justin reagisce e lo picchiano selvaggiamente. Il viaggio prosegue a piedi e in pickup, dopo aver consegnato il telefono e i pochi soldi rimasti. “Chiedemmo aiuto a una famiglia algerina che ci ospitò. In cambio lavoravo per loro, facevo l’imbianchino.

Dopo un anno e mezzo partimmo per la Libia, una delle due possibili soluzioni per arrivare in Italia. Piansi la prima volta quando mi costrinsero a rannicchiarmi nel furgone, picchiandomi con una mazza di ferro. Non erano soltanto le botte a farmi male, non sopportavo che mia figlia mi vedesse umiliato. Giunti in Libia, a Zawiya, ci lasciarono liberi. Lavorai per un uomo, all’inizio mi pagava solo con pane e latte. Ci trovò una casa e vi rimanemmo per quasi tre anni. Qui nacque il nostro secondo figlio. Feci tutti i lavori che mi offrirono, di notte e di giorno. Misi da parte i soldi e cercai il contatto giusto con dei libici che organizzavano la traversata”.

Una sera, all’improvviso, la famiglia di Justin è avvisata che ha pochi minuti di tempo per salire su un gommone diretto in Italia. Il ragazzo balbetta: “Un attimo prima di infilarci nella macchina che ci avrebbe portato verso il mare, i trafficanti mi hanno urlato che non potevamo imbarcarci tutti e quattro, ma solo due di noi. E che dovevo scegliere quale figlio portare con me. Eravamo terrorizzati, non volevamo separarci, sapevamo che le donne in Libia diventano schiave sessuali. E per di più, mia moglie aveva il sospetto di essere di nuovo incinta. Fu lei a darmi coraggio, mi disse che insieme a me la nostra bambina avrebbe avuto qualche probabilità in più di farcela, e che una volta giunto in Europa, avrei trovato il modo di fare arrivare anche lei e l’altro nostro figlio. Così rimase a terra.

Partimmo io e la bimba. In mare fummo avvistati quasi subito dalle motovedette libiche. Ci intimarono l’alt e spararono. Il gommone affondò, cademmo in acqua, il mare era mosso, nella concitazione persi la manina di mia figlia, mi aggrappai a una corda. Poi non ricordo più niente. Quando mi svegliai, ero in una prigione. Seppi che mia moglie stava rinchiusa nel braccio femminile del carcere. Ma la bambina era annegata”.

La galera libica è luogo di torture ed abusi. Il racconto prosegue con voce tremante: “Mia moglie aveva continue emorragie, fu trasferita in un’altra prigione dove partorì. Le altre donne si ribellarono per la presenza del neonato. Io rimasi dov’ero. Dopo tre mesi uscii e ci ritrovammo. Conobbi un altro datore di lavoro. Stavolta ebbi un piccolo compenso. Riprovammo a partire, ma ancora una volta non c’era posto per mia moglie. Così decidemmo che mi sarei imbarcato col bambino e lei mi avrebbe raggiunto in Europa, appena possibile. In cambio di lavoro domestico, trovò ospitalità da alcuni conoscenti. Affrontai il viaggio con un altro giovane camerunense, Emanuel, insieme a sua figlia. Anche lui è stato costretto a lasciare la moglie e a scegliere quale figlio portare con sé. Viaggiavamo in 76 sul gommone. Dopo due giorni di traversata, ci sorvolò un aereo. Avevamo il terrore che ci riportassero in Libia, eravamo pronti a buttarci in mare. Quando vedemmo le insegne della Croce Rossa, tornammo a vivere. Adesso Emanuel e la sua bimba sono entrambi qui, con noi”.

Non sarà facile per loro ottenere la protezione. Nelle Commissioni territoriali subentrano funzionari provenienti dalla graduatoria del concorso espletato dal Mef, quindi privi di formazione ed esperienza sul campo. Secondo Mariafrancesca D’Agostino, docente di Sociologia Politica e Migrazioni e Cittadinanza Globale nell’università della Calabria, “non vi è alcuna coerenza fra politiche di chiusura dei porti ed esternalizzazione dei corpi. I diversi espedienti a cui il governo Meloni sta ricorrendo per rispondere ai bisogni del mercato del lavoro, come i decreti flussi record degli ultimi due anni, le proroghe ai rifugiati ucraini, l’istituzione di corridoi lavorativi per rifugiati - prosegue - sono propaganda, servono gli interessi del governo, ma lo mostrano anche debole di fronte a un enorme paradosso: costruire consenso più su percezioni che su contenuti è una strategia di breve respiro, perché disconosce anzitutto che il Paese ha disperato bisogno di forza lavoro migrante. Inoltre c’è un attivismo dal basso che non smette di denunciare, e le corti nazionali e internazionali non fanno sconti ai trafficanti libici”.

Justin e suo figlio sono due delle 4.100 persone accolte a Acquaformosa negli ultimi 15 anni. “Insieme ai comuni di San Basile, San Sosti, Cerzeto, San Benedetto Ullano, Vaccarizzo Albanese, Bisignano, Cerchiara e Plataci, abbiamo realizzato il sogno di garantire dignità a circa 1000 famiglie provenienti da 57 nazioni e 142 etnie diverse - spiega Giovanni Manoccio, già sindaco di Acquaformosa. Almeno un centinaio di queste persone oggi risiedono, lavorano, frequentano le scuole del nostro territorio”, aggiunge. Gli esseri umani oggi in fuga sono accolti dai discendenti degli albanesi che cinque secoli or sono fuggirono dalle guerre. All’epoca però non c’era sanzione per chi prestava soccorso in mare.