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di Daniela Fassini


Avvenire, 21 febbraio 2020

 

Le motivazioni della Cassazione per l'assoluzione di Carola Rackete. Carola Rackete si comportò "correttamente" in base alle disposizioni sul "salvataggio in mare". Lo conferma la Cassazione, nelle sue motivazioni diffuse ieri.

La comandante della Sea Watch (che aveva già incassato il "no" all'arresto rispetto all'accusa di aver forzato il blocco navale della motovedetta della Gdf, ndr) è entrata nel porto di Lampedusa perché "l'obbligo di prestare soccorso non si esaurisce nell'atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare, ma comporta l'obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro".

Sulla nave militare speronata, i giudici aggiungono che le navi della Guardia di finanza "sono certamente navi militari, ma non possono essere automaticamente ritenute anche navi da guerra". Secondo la Cassazione è stata esclusa legittimamente la natura di nave da guerra della motovedetta perché al comando non c'era un ufficiale della Marina militare, come prescrivono le norme, ma un maresciallo delle Fiamme Gialle.

"Oggi (ieri, ndr) la Corte di Cassazione ha reso note le motivazioni della decisione. Il mio arresto a giugno è stato illegittimo perché "secondo il diritto marittimo, il dovere di soccorso termina in un porto sicuro"" scrive su Twitter la capitana Carola Rackete. Immediata la protesta della Lega. "Se è vero quello che leggo, che si può speronare una nave della Guardia di Finanza con a bordo cinque militari, è un principio pericolosissimo per l'Italia e per gli italiani - ha commentato Matteo Salvini.

Perché, un conto è soccorrere dei naufraghi in mare, che è un diritto o dovere per chiunque, un conto è giustificare un atto di guerra". Intanto ci sono oltre 90 persone sparite nel nulla. L'ultima volta in cui si è avuta loro notizia risale al 9 febbraio: da un gommone in mezzo al mare avevano lanciato l'Sos. Poi il silenzio. Si pensava che fossero stati intercettati e riportati a terra dalla cosiddetta Guardia costiera libica.

Ma le richieste inviate a Tripoli, a Roma e a Malta sono successivamente cadute nel vuoto. Adesso però c'è il timore che quei poveri scappati dalla guerra e dalla violenza siano finiti in fondo al mare, nel silenzio assordante dell'Europa. Ci sono i parenti, i genitori, le madri e i padri di quelle persone, di cui non si sa più nulla, che chiedono di loro, vogliono parlare con i loro cari, vogliono sapere dove sono. "Un naufragio invisibile?".

Alarm Phone a lanciare l'allarme. "Siamo stati contattati da parenti e amici delle persone partite dalla Libia il 9 febbraio. Hanno bisogno di sapere cosa é successo ai loro cari! Le autorità devono investigare sull'accaduto" spiegano, temendo un nuovo naufragio. "Abbiamo chiesto informazioni alle autorità competenti in Libia, Malta, Itala e all'Agenzia di frontiera europea Frontex, senza ricevere alcuna risposta" scrivono su Twitter, raccontando quanto era accaduto.

"Il 9 febbraio abbiamo ricevuto una chiamata da un gommone in difficoltà che era partito da Garabulli. Abbiamo avvisato immediatamente tutte le autorità, tra cui la cosiddetta guardia costiera libica. Nell'ultima telefonata, le persone a bordo erano in preda al panico. Dissero che il motore aveva smesso di funzionare, il gommone stava imbarcando acqua e alcuni di loro erano già caduti in mare". Tutte le informazioni fanno temere il peggio.

Negli ultimi giorni un aereo di Frontex ha intercettato un gommone vuoto e sgonfio in mezzo al mare, vicino alla posizione indicata dai naufraghi nell'ultima richiesta d'aiuto. "Riteniamo che questo gommone sgonfio sia la barca di cui avevamo informato le autorità. Che cosa è successo ai suoi passeggeri? Le autorità a cui ci siamo rivolti non stanno rispondendo. Che cosa sanno? Le famiglie e gli amici dei dispersi devono conoscere il destino dei loro cari".