di Federica Rossi*
Il Manifesto, 11 marzo 2026
Sempre di più le richieste respinte in nome di un’imprecisata “sicurezza dello Stato”. “Quando mi hanno rigettato la cittadinanza ho camminato per ore, piangendo per tutta la città. Era notte. Qui ho lavorato una vita, tutti mi rispettano. Non riuscivo a crederci”, racconta Amal Al-Ali (nome di fantasia). La sua è una delle centinaia di storie di dinieghi al riconoscimento della cittadinanza italiana per motivazioni inerenti alla “sicurezza dello Stato”. Secondo una richiesta di accesso agli atti che abbiamo presentato, in questo gruppo ricadono 132 persone solo nel 2024. Negli ultimi 5 anni sono 975. Il rigetto avviene quando, per l’amministrazione, l’acquisizione potrebbe comportare una minaccia.
Come nel caso di legami con organizzazioni o attività ritenute pericolose per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale. Ma le autorità come costruiscono il profilo di una persona? Intercettazioni, spyware, telecamere nascoste o semplicemente segnalazioni? Saperlo è quasi impossibile: tutto ciò che riguarda questi processi è secretato, senza garanzie sul rispetto di privacy o dati personali. Soprattutto senza garanzie del diritto alla difesa. Per non essere riconosciuti italiani può bastare una nota di polizia, un’identificazione a un corteo o una vecchia accusa, anche dopo aver dimostrato la propria innocenza. Quando arriva il rigetto chi può permetterselo si rivolge a un avvocato per fare ricorso al Tar o fino al Consiglio di Stato. In quelle sedi, però, l’amministrazione non è tenuta a dimostrare nulla.
Le informazioni rilasciate sono minime perché la cittadinanza è considerata un procedimento amministrativo. Non è possibile neanche registrare l’udienza o avere copia integrale della sentenza: l’avvocato può solo prendere appunti. Nel caso di Lachen Ouftallah - giovane veronese di origine marocchina che lavora come insegnante, aiuta persone migranti in un centro culturale e organizza una maratona nel capoluogo veneto - l’accusa sarebbe di essere “vicino ai movimenti di sinistra antagonista”.
“Chiediamoci cosa significhi “sicurezza” - riflette Caterina Rodelli, ricercatrice presso Access Now - Senza una definizione precisa, questa categoria diventa un calderone”. Come sono arrivate le autorità alla conclusione che Lachen possa essere un pericolo per la sicurezza dello Stato? Secondo Benedetta Tonetti, avvocata Asgi, il ministero dell’Interno compie una valutazione complessiva sulla persona, oltre i requisiti formali. Di un cittadino straniero è facile ricostruirlo: le impronte entrano nei sistemi della questura a ogni rinnovo del permesso di soggiorno.
“Anche essere finito sotto osservazione dalla Digos per qualche ora è sufficiente a renderti un “potenziale pericolo”. Anche se nella nostra Costituzione vale il principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva”, spiega Tonetti in riferimento a un suo cliente, intercettato dopo aver aperto una macelleria halal. “Senza contesto, non è una valutazione sulla persona. Si rischia di usare il potere in modo discrezionale e arbitrario per ridurre il numero di nuovi cittadini”.
In risposta a una seconda richiesta di accesso agli atti, il Viminale sottolinea che “in merito all’eventuale esistenza di sistemi automatici di raccolta e analisi dei dati nei procedimenti di cittadinanza, questi non incidono sul processo valutativo che è rimesso comunque al controllo e alle verifiche dei singoli istruttori, trattandosi di un ausilio a questi ultimi per rispettare e ottimizzare le tempistiche richieste dalla complessità dell’istruttoria”. Così se da un lato il ministero assicura che le procedure passano attraverso le mani dei singoli istruttori, dall’altro ammette implicitamente che dei sistemi automatici di raccolta e analisi dati esistono.
Il ministero menziona il portale Cives, collegato al portale Ali, dove le persone inviano le domande. Al loro interno ci sono molti dati sensibili che, in base a come vengono processati, possono essere oggetto dei cosiddetti “bias”. Pregiudizi, come il colore della pelle, che influenzano il risultato finale. La richiesta di informazioni su come operino queste piattaforme non è stata accolta. Grazie alle nuove leggi sulla protezione dei dati è possibile chiedere quali informazioni sono immagazzinate su di ognuno di noi. Romain Lanneau, ricercatore legale per Statewatch, ha tentato per mesi di accedere alle informazioni all’interno del database europeo Schengen Information System, creato per raccogliere una lista di persone considerate pericolose e che dovrebbero essere intercettate o tenute sotto controllo.
Nonostante l’Italia sia il paese che ha inserito più segnalazioni in Europa, alle richieste di accesso risponde sistematicamente “non abbiamo dati su quella persona”. Su più di 4.600 richieste, non ha risposto a nessuna: lo 0%, contro una media europea del 65%. La gestione delle persone migranti e dei loro documenti diventa sempre più opaca. Tutto ciò ha un effetto diretto sulle vite di chi attraversa questi buchi neri dell’amministrazione e sul loro coinvolgimento civile all’interno della società: pur di non essere considerati un “potenziale pericolo per la sicurezza dello stato” evitano luoghi, incontri, manifestazioni. Rinunciano ai loro diritti fondamentali.
*Hanno collaborato Daniela Ionita e Margherita Salerno. Il progetto è stato realizzato grazie al sostegno dell’Investigative Journalism & Civil Society Collaboration Grant, un fondo promosso da Edri, Ecnl e Lighthouse Reports.









