sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Giansandro Merli

Il Manifesto, 10 maggio 2026

Tra 33 giorni entra in vigore il Patto. Ma ovunque ci sono ritardi legislativi e logistici. Per dare attuazione al maxi-pacchetto di norme il governo Meloni scarterà il ddl e ricorrerà al decreto. Mancano 33 giorni all’entrata in vigore del Patto Ue su migrazione e asilo: perché produca effetti concreti, però, ci vorrà molto di più. I paesi dell’Unione sono in ritardo su tantissimi elementi del meccanismo che trasformerà radicalmente la gestione, o meglio: il contrasto, dei movimenti di persone. “È fondamentale che gli Stati membri completino gli adeguamenti legislativi necessari e che quelli che stanno ancora elaborando i quadri normativi del caso procedano con la massima urgenza”, scrive la Commissione nello Stato di avanzamento dell’attuazione del Patto pubblicato venerdì e trasmesso agli altri organi comunitari.

Il linguaggio è quello felpato delle istituzioni europee, ma Palazzo Berlaymont suona forte l’allarme sui tanti punti ancora aperti e mette già le mani avanti: il lavoro dovrà continuare beyond June, oltre il prossimo mese. Al netto dell’Ungheria che non ha fatto nulla, e su cui occorrerà capire la posizione del nuovo premier Péter Magyar dopo l’ostruzionismo totale di Viktor Orbán, anche agli altri manca molto lavoro da fare. Tra questi c’è l’Italia. In teoria a Roma le misure di attuazione dovrebbero passare da un disegno di legge depositato al Senato che stabilisce le deleghe al governo. Ma non ci sono più i tempi. Inevitabilmente l’esecutivo ricorrerà allo strumento del decreto legge, su cui è già al lavoro. Riproducendo così lo schema del ddl 1660, uno dei “decreti sicurezza”, che lo scorso anno ha creato attriti con il Quirinale.

L’Italia ha comunicato in via riservata alla Commissione quali saranno le “zone di frontiera” per le relative procedure accelerate e la distribuzione territoriale dei posti (è il documento del Viminale rivelato giovedì dal manifesto). Ma al di là dell’organismo europeo, il governo avrebbe dovuto inviare questo piano anche all’autorità giudiziaria, agli enti locali e alle prefetture. Non è ancora successo, almeno nei primi due casi. Oltre a dare i numeri, poi, l’esecutivo deve individuare concretamente dove sistemare i cittadini stranieri da sottoporre alle “procedure accelerate di frontiera” (Paf). E qui si apre un capitolo diverso, anche perché dallo stesso documento si evince che non pochi posti sono in fase “di valutazione”, un’area individuata è non idonea, altre restano da specificare.

“Alcuni stati membri hanno dovuto adottare soluzioni provvisorie mentre sono in fase di costruzione nuove strutture, come i centri polifunzionali (quelli dove si esamina la richiesta di asilo e si detiene in vista del rimpatrio, ndr)”, scrive la Commissione. Sembra riferirsi anche all’Italia che per stare dietro al numero spropositato di Paf accettato dal governo Meloni dovrà inevitabilmente convertire parte dei centri di accoglienza già attivi. Al di là delle strutture fisiche a essere carente per l’Italia, e per molti altri Stati, è tutto il versante normativo. Al netto dello strumento, ddl o decreto, dal tavolo mancano numerosi aspetti pratici. Riguardano le misure alternative al trattenimento, con le relative procedure di convalida, l’autorità di polizia competente sui migranti sottoposti alle Paf, chi rappresenta i minori stranieri non accompagnati nello screening. Per non parlare dell’assistenza legale durante la fase amministrativa della domanda d’asilo o del soggetto terzo per il monitoraggio sui diritti fondamentali. Qui la Commissione richiama esplicitamente l’Italia: non ha ufficializzato nulla.

I meccanismi istituiti dal Patto rischiano di creare una grande divaricazione rispetto alle richieste di protezione internazionale: tra il momento amministrativo davanti alle commissioni territoriali e quello giurisdizionale di fronte alle sezioni specializzate. Le prime dipendono dal Viminale che in questi anni le ha rinforzate (e in vista del patto ne istituirà altre 24 assumendo 317 nuovi dipendenti). Parallelamente, sempre sotto la gestione Piantedosi, i dinieghi all’asilo disposti da tali organi si sono moltiplicati. Nel 2025 sono stati l’85% (fonte: Agenzia Ue per l’asilo).

In questo modo, però, si moltiplicano anche i ricorsi. Lo mostrano i procedimenti per protezione internazionale finiti sul banco delle sezioni specializzate in immigrazione. Nel primo trimestre 2025 i tribunali hanno chiuso 9.500 procedimenti. Nello stesso periodo del 2026 ben 17mila. Nonostante ciò, e nonostante il calo degli sbarchi, i procedimenti pendenti sono aumentati del 39%: da 101mila a 141mila.

È proprio lì, nel luogo di garanzia dei diritti dei cittadini stranieri, che si creerà il collo di bottiglia del patto. Rendendo ancora una volta i giudici carne da macello per la prossima campagna elettorale e soprattutto condannando al limbo, quando non all’irregolarità attraverso misure discriminatorie, la vita di migliaia di cittadini stranieri.