di Eleonora Martini
Il Manifesto, 24 luglio 2026
La retroattività della norma, in particolare, violerebbe il diritto comunitario. Bollino rosso sul cosiddetto decreto Tajani (dl n. 36 del 28 marzo 2025, convertito poi in legge a maggio dello stesso anno), quello che il governo Meloni ha ritenuto assolutamente “necessario e urgente” perché bisognava, a dire degli esponenti delle destre, porre un freno alla cosiddetta “cittadinanza facile” o “industria della cittadinanza” italiana all’estero. Ieri la Corte costituzionale ha rinviato la legge 74 dell’agosto 2025 alla Corte di giustizia europea (Cgue) affinché chiarisca se le restrizioni imposte alla trasmissione della cittadinanza italiana per discendenza (iure sanguinis) siano compatibili con il diritto dell’Unione europea.
I giudici costituzionali hanno accolto le questioni sollevate dai tribunali di Mantova e Campobasso che con due ordinanze simili hanno posto dubbi di legittimità sulla normativa, in particolare sulla retroattività della legge imposta nell’articolo 3 del testo, e hanno lamentato la violazione di una decina di articoli della Carta e altri principi sanciti dalla Cedu e dai trattati dell’Unione europea Tue e Tfue che “attribuiscono la cittadinanza dell’Ue a chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro”.
Nell’articolo 3, infatti, la legge 74/2025 - ricorda il comunicato della Consulta - “stabilisce che, in deroga alle norme previgenti che prevedevano la trasmissione illimitata per filiazione della cittadinanza, “è considerato non avere mai acquistato la cittadinanza italiana chi è nato all’estero anche prima della data di entrata in vigore del presente articolo ed è in possesso di altra cittadinanza”, a meno di specifiche eccezioni non presenti nei casi da cui sono partiti i ricorsi. Nello specifico, a Mantova il tribunale ha chiesto chiarimenti in merito al caso di un bimbo brasiliano a cui il Comune di Canneto sull’Oglio ha negato la trascrizione dell’atto di nascita in quanto il minore, pur residente in Brasile, è nato da madre riconosciuta cittadina italiana con sentenza 11 aprile 2025 del Tribunale ordinario di Brescia. Secondo la sezione civile mantovana “la norma censurata determinerebbe la “revoca implicita” della cittadinanza per tutti coloro che, nati prima della sua entrata in vigore, “avevano già acquisito, grazie alla nascita da cittadino italiano, la titolarità sostanziale dello status civitatis, pur non avendo ancora provveduto al formale riconoscimento della titolarità del diritto”.
I ricorrenti al tribunale di Campobasso, invece, “chiedevano l’accertamento del loro status di cittadini italiani iure sanguinis, in quanto discendenti di un cittadino italiano emigrato, rispettivamente, in Argentina e in Brasile, senza mai naturalizzarsi”. I dubbi sollevati qui si equivalgono, anche se nel capoluogo molisano la sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini europei ha ipotizzato violazioni anche dei due trattati Ue, in quanto la nuova normativa “determinerebbe la “perdita automatica e generalizzata” anche della cittadinanza europea”. In attesa del parere della Cgue - che avrà un impatto determinante anche sui numerosi procedimenti pendenti riguardanti il riconoscimento della cittadinanza italiana per discendenza - la Consulta ha però ricordato la sua precedente sentenza 23 del 30 aprile 2026 con la quale aveva già respinto l’ipotesi che il decreto Tajani violasse gli articoli 9 del Tue e 20 del Tfue, perché ha ritenuto che la giurisprudenza europea “riguardi casi in cui uno Stato membro ha privato un soggetto di uno status (di cittadino nazionale e, dunque, europeo) accertato” e non ancora da accertare.









