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di Simona Musco

Il Dubbio, 19 settembre 2026

“La cura non è mai un reato”. I legali dei medici indagati dalla procura di Ravenna con l’accusa di aver prodotto certificati falsi per salvare i migranti dai Cpr, luoghi definiti patogeni e torturanti a livello internazionale, respingono al mittente le accuse. Nessuna falsificazione di documenti, spiegano i difensori, nessuna struttura clandestina finalizzata a sovvertire le procedure espulsive dello Stato e nessuna copertura compiacente per soggetti in salute. Al contrario, le difese rivendicano la piena legittimità etica, clinica e giuridica di una valutazione sanitaria autonoma, guidata dall’obiettivo di rilevare patologie e fragilità incompatibili con la permanenza nelle strutture detentive per stranieri. Secondo la procura, l’esistenza del vincolo associativo sarebbe dimostrata dall’uso di una “bozza” o modulo condiviso per la redazione dei certificati, oltre che da incontri in rete e campagne social.

Una lettura contestata dalla difesa: la condivisione di moduli, vademecum e linee guida rappresenta una normale prassi di aggiornamento e standardizzazione professionale di fronte a contesti ambientali notoriamente critici, come i Centri per il rimpatrio, definiti dalle norme quali strutture di transito e trattenimento temporaneo, ma nella realtà veri e propri luoghi di detenzione. A confermarlo è il report del Comitato europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa che nel report del 2024 aveva parlato di “sproporzionate restrizioni di sicurezza” e di “mancanza di valutazioni individuali del rischio per i cittadini stranieri”. Questo il quadro di base. Ma a finire sotto inchiesta sono coloro che cercano di prevenire la presenza di soggetti fragili in luoghi degradanti per la dignità umana.

“L’indagine - scrivono gli avvocati Francesca Cancellaro, Sonia Lama, Mariaelena Monaco, Salvo Tesoriero e Maria Virgilio - pone l’uso della forza al servizio di un’idea politica: l’idea per la quale chi ascolta la voce degli ultimi e più fragili vada sanzionato perché quella voce infastidisce e va silenziata. Ad ascoltare la voce dei fragili in questo caso sono stati dei medici, da punire per non aver ignorato quella voce”. Secondo i legali, “non ci sono falsi”, ma giudizi di valore: “I pazienti visitati sono stati ritenuti semplicemente non idonei ad essere associati ad un luogo - come i Cpr - dove i diritti, e nella specie i diritti di cura, sono compressi. Né si può pensare - come ricordato di recente dalla nostra Corte costituzionale - che gli interessi pubblici incidenti sulla materia dell’immigrazione scalfiscano il carattere universale della libertà personale, che, al pari degli altri diritti che la Costituzione proclama inviolabili, spetta ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani”. Alla base dei certificati c’è, dunque, “l’esigenza di cura dell’essere umano”, nel solco dell’articolo 32 della Costituzione. Le perquisizioni e i sequestri effettuati nei giorni scorsi, definiti sproporzionati, rappresentano “un salto di qualità nell’uso della forza investigativa, ora messa a disposizione addirittura del preteso accertamento di un’associazione criminale volta a falsificare certificati. E allora, lo ribadiamo: in quei certificati non ci sono falsi ma ascolto, cura e una valutazione professionale improntata ad una piena autonomia.

E non c’è, sullo sfondo, un’associazione criminale ma condivisione dell’alta dignità e responsabilità del ruolo del medico di fronte alla fragilità. Il medico non è un ausiliario delle politiche di sicurezza di uno Stato ma un professionista della cura. La difesa dei diritti - i diritti di tutti - deve muovere allora la reazione fiera, in primo luogo dei giuristi, contro un’idea del mondo che calpesta quotidianamente i più deboli e che si esprime attraverso un controllo burocratico cavalcato dal sensazionalismo dei media e dall’arroganza di una parte della politica”, concludono i legali.

Tra i principali indagati figura Nicola Cocco, infettivologo della Società italiana di medicina delle migrazioni, accusato dalla procura di Ravenna di essere a capo di questa rete di medici per la quale il ministro Matteo Salvini ha già chiesto la radiazione dell’albo, senza nemmeno attendere la conclusione delle indagini. Cocco, in un’intervista a Radio Popolare, ha ricordato “due casi di persone con seri problemi psichiatrici che non erano stati presi in carico”, certificati solo tempo dopo da una commissione esterna, ma “rilevabili all’ingresso”.

Il punto di fondo, dunque, “è che se vengono date delle non-idoneità si finisce nell’ambito del reato, del falso ideologico. Invece nella stragrande maggioranza dei casi in cui queste idoneità vengono date, e ricordiamo che idonei erano state valutate anche tutte le persone che sono morte nel Cpr, in quel caso si può andare e procedere tranquillamente. I Cpr sono dei luoghi con delle criticità di salute, di patogenicità strutturali. Sono dei posti dove le persone migranti soffrono, si ammalano e muoiono e io credo che sia su quello che dobbiamo focalizzarci”.

A gennaio scorso, l’Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato dei documenti che confermano tali aspetti e che hanno fatto da base alla “campagna no Cpr”, “che si basa proprio sulle evidenze scientifiche e sugli aspetti deontologici”. Aspetti certificati, in diversi casi, anche dai Tribunali. “Se il codice deontologico e l’etica professionale hanno ancora un valore”, conclude Cocco, “c’è solo una via che si può seguire, che è quella di riconoscere che le persone, in particolare persone che hanno delle evidenti problematiche, non possono essere considerate idonee a dei luoghi che sono stati definiti patogeni torturanti a livello internazionale”.