di Emilio De Capitani
Il Domani, 14 agosto 2026
Le nuove regole sono pienamente operative da appena un paio di mesi eppure già mostrano che anche a livello Ue vale il gattopardesco cambiar tutto perché nulla cambi. Da anni ormai, soprattutto su pressione della destra e del Ppe, si incide tramite finzioni giuridiche. Sono passati solo due mesi dalla piena operatività - il 12 giugno scorso - del cosiddetto Patto europeo per la migrazione e l’asilo, ma sono già numerosi - e sempre di più - i segnali che confermerebbero che anche a livello di Unione europea valga il gattopardesco: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.
Nonostante l’entrata in vigore di dieci misure legislative negoziate per oltre dieci anni e nonostante l’esborso di miliardi di euro ai Paesi europei dichiarati sotto pressione migratoria (tra i quali in primis l’Italia), i capi di governo dei principali Paesi dell’Ue, invece di segnare l’annunciato cambio di passo in campo migratorio, continuano a beccarsi tra di loro come gli sventurati polli di Renzo. Dopo i fatti di Ceuta e la polemica tuttora viva tra Italia e Spagna, è poi la Germania a occupare la scena delle cronache ferragostane.
Il cancelliere Friedrich Merz ha annunciato l’invio in Italia di diverse migliaia di migranti ora in Germania ma le cui domande di protezione internazionale in base al Regolamento di Dublino avrebbero dovuto essere esaminate nel nostro paese. E non solo: ha disposto inoltre anche una quasi regolarizzazione delle relazioni con il regime dei talebani, ammettendo loro rappresentanti nei servizi consolari e ambasciate sul territorio tedesco al fine di poter facilitare le pratiche di “rimpatrio” in Afghanistan, non solo di quanti si siano macchiati di crimini ma anche - se del caso - di quanti fra i 321mila afgani residenti in Germania godano, per ora, di protezione internazionale. La vera crisi Ue sui migranti? Governi che non cooperano e solidarietà in tilt Una finta dei diritti E la Convenzione di Ginevra, e la Convenzione europea sui Diritti dell’Uomo? E la Carta europea dei Diritti fondamentali, che agli articoli 18 e 19 promuove il diritto di asilo e vieta i respingimenti?
Basta richiamare questi testi nei provvedimenti di rimpatrio affermando di averne tenuto conto e passare la patata bollente ai giudici nazionali ed europei che se li annulleranno verranno però accusati di svolgere un ruolo improprio di tipo “politico” e di volersi sostituire al legislatore. Poco importa che spesso la stessa legislazione sia formulata in termini ambigui e contradditori e sia quindi compito del giudice tentare di interpretare quelle norme e quelle misure amministrative alla luce di principi costituzionali e della tutela dei diritti fondamentali ormai difesi dal diritto primario europeo. Da anni ormai, soprattutto su pressione della destra e del Ppe (il gruppo dei Popolari europei che si dovrebbe ormai definire come ex democristiano) si incide anche a livello Ue sulla formulazione di quelle stesse norme legislative inventandosi quelle che vengono chiamate elegantemente “fictio juris”, finzioni giuridiche del tipo “qui lo dico e qui lo nego”. Così, al fine di estendere la cosiddetta “procedura di frontiera”, un migrante è considerato fuori dal territorio nazionale anche quando vi si trovi da settimane o mesi, e la nozione di “frontiera esterna Ue” viene estesa alla grande maggioranza del territorio, come recentemente deciso in Italia dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
Ugualmente, con valutazioni di tipo pressoché divinatorio, la Ue ha definito come “sicuri” paesi come il Bangladesh, l’Egitto, l’India o la Tunisia, creando così la presunzione legale per cui le domande di protezione dei cittadini di quei Paesi debbano essere ormai considerate come inammissibili. La stessa presunzione di inammissibilità della domanda di protezione si applica ai cittadini dei paesi il cui tasso di riconoscimento sia inferiore al 20 per cento come se ciò avesse una incidenza sulla situazione della persona in questione.
A questa stregua possiamo solo sperare che le prossime modifiche legislative non introducano altri criteri scientificamente affidabili come la verifica del profilo astrologico del richiedente. Il passato insegna È deprimente constatare che a 35 anni di distanza da episodi come quello della nave Vlora - con migliaia di albanesi sbarcati nel porto di Bari - politici e amministrazioni continuino a promuovere politiche che aggravano il problema invece di risolverlo. Eppure per sbloccare la situazione basterebbe ispirarsi alla politica perseguita con successo per più di quattro anni con oltre quattro milioni e mezzo di ucraini. In quella occasione si è manifestata fiducia sulla capacità delle persone di sistemarsi sull’intero territorio dell’Unione ignorando l’assurdo principio di Dublino che fa carico della gestione dei migranti ai soli Paesi di frontiera.
Soprattutto, agli ucraini è stata assicurata una protezione temporanea e con essa un percorso di integrazione nell’Unione europea che ha coinvolto non solo le amministrazioni degli interni ma anche quelle della sanità, dell’istruzione, dei trasporti, sia a livello nazionale che europeo. E non risulta che questa scelta “rivoluzionaria” abbia creato particolari problemi alla nostra sicurezza.









