di Massimo Nava
Corriere della Sera, 15 dicembre 2024
L’atteggiamento dell’Europa di fronte alla fine della dittatura di Assad e alla gestione delle migliaia di profughi siriani. “Questo non è il mio Paese”, ha detto Angela Merkel l’altra sera a Milano nel corso della presentazione della sua autobiografia. Ha così ricordato la sua ferma decisione di aprire le porte della Germania, nel 2015, a centinaia di migliaia di siriani in fuga dalla dittatura di Assad e dalla guerra civile. “Questo non è il mio Paese” significava stigmatizzare quella parte dei tedeschi che non compresero lo slancio di solidarietà della loro Cancelliera. Il prezzo di quella incomprensione fu alto: crescita dell’estrema destra xenofoba e parabola discendente della leader un tempo più potente d’Europa. Ma fu la scelta giusta, ripete la Merkel, oggi come ieri, poiché l’immigrazione non si combatte chiudendo le porte, ma investendo nella pace e nella crescita dei Paesi a rischio, combattendo sul serio - insieme - i trafficanti di esseri umani, favorendo l’integrazione a tutto vantaggio delle nostre economie.
Oggi, non c’è nessuno che non speri nella stabilità e nella rinascita della Siria dopo la caduta del regime, ma è tuttavia prematuro dare una fiducia incondizionata a una nuova leadership islamista che si auto presenta come moderata e tollerante di usi, costumi e confessioni. Eppure, la principale preoccupazione dei Paesi europei - Germania in testa, seguita a ruota da Francia, Italia, Danimarca, Svezia, Austria e Norvegia - non è stata di organizzare al più presto una conferenza di donatori o di elaborare un piano per la ricostruzione del Paese devastato da dodici anni di guerra e da mezzo secolo di dittatura. Il leit-motiv è stato il congelamento delle domande d’asilo e la messa allo studio delle misure più rapide per rispedire in Siria i milioni di rifugiati sparsi nei vari Paesi. Un atteggiamento da cui si deduce che per i governi europei la Siria può considerarsi già oggi un Paese sicuro? O che l’entusiasmo per la caduta del regime e i propositi di ritorno a casa di molti espatriati, soprattutto giovani, sia sufficiente a considerare pacificata e accogliente la loro Patria?
Sembra insomma che si siano chiusi gli occhi sulla storia recente, ovvero sui tormentati sviluppi che sono seguiti alla caduta di regimi e dittatori in tante parti del mondo. Basti pensare all’Iraq e alla Libia e in ogni caso a lunghe fasi di transizione in cui spesso si consumano vendette, rese dei conti fra fazioni, repressione del dissenso da parte dei nuovi padroni, sanguinose epurazioni dei vecchi apparati, processi sommari. Era dunque giustificata tanta fretta nel bloccare domande d’asilo e favorire i preparativi dei bagagli? Se questa è la sensibilità europea, quale esempio l’Europa offre alla Turchia e al Libano, Paesi che ospitano milioni di rifugiati siriani, un numero molto più alto del totale dei Paesi europei?
Tornando alle parole della Merkel, la questione siriana è sintomatica dell’aria che tira in Germania, in vista delle elezioni di febbraio. Jens Spahn, capogruppo parlamentare della Cdu, ha proposto di organizzare voli charter per rimpatriare i siriani con un assegno di mille euro a testa. Di fronte a tanta fretta, vale anche la pena di ricordare quanti, nel corso degli anni, hanno condannato soltanto a parole il regime di Assad, l’uso di armi chimiche, gli arresti e le uccisioni di massa, hanno tergiversato nel promuovere azioni che ne favorissero la caduta e addirittura hanno considerato il male minore una società sostanzialmente non integralista. Se questo è il metro di giudizio sui rifugiati siriani, c’è anche da chiedersi se e come verrà applicato per i milioni di ucraini nell’ipotesi di una rapida fine del conflitto. Anche se l’Ucraina di domani sarà democratica e rispettosa dei diritti di tutti, la ricostruzione del Paese richiederà anni e il ritorno alla normalità ancora di più. L’accoglienza e la solidarietà non smetteranno di essere un dovere.










