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di Nicola Cocco*

L’Unità, 24 febbraio 2026

Perquisiti, indagati, minacciati di licenziamento e radiazione: alla gogna i sanitari di Ravenna che hanno negato il nulla osta al trattenimento. Esiste una distorsione profonda nel modo in cui le istituzioni osservano l’operato dei medici oggi. Il clamore mediatico si è abbattuto sui colleghi di Ravenna, indagati per aver esercitato l’autonomia clinica nel dichiarare l’inidoneità al trattenimento di alcuni migranti. Per loro, colpevoli di aver applicato a corpi marginalizzati i parametri della Direttiva del Ministero dell’Interno del 19 maggio 2022 e soprattutto i principi del Codice Deontologico, il sistema ha attivato il repertorio repressivo: perquisizioni notturne, avvisi di garanzia, richieste di licenziamento e radiazione.

La gogna li definisce “ideologizzati”. Ma il vero scandalo, quello che non produce titoli né indagini, è l’ordinaria amministrazione del nulla osta. Esiste una prassi burocratica silente che, ogni giorno, firma l’idoneità al trattenimento per persone non vedenti, disabili o affette da patologie croniche nonché enormi problemi di salute mentale. Questa è la vera “diagnosi politica”: un atto spesso inconsapevole che avalla l’invio di esseri umani in luoghi che la comunità internazionale definisce torturanti. In questo caso non c’è gogna, perché la procedura del respingimento è considerata un dovere d’ufficio. Siamo di fronte a una deriva manicomiale dei Cpr. Come avveniva nelle istituzioni totali analizzate da Basaglia, l’organizzazione non cura, ma segrega. Il migrante viene ridotto a “nuda vita”, un numero utile a ingrassare le statistiche della propaganda securitaria e i bilanci delle società che gestiscono i centri. La malattia non risiede nei corpi dei detenuti, ma in un sistema che ha deciso di non sentire più il dolore degli altri, incancrenendosi dietro la retorica dei “costi” e della sicurezza.

Il paradosso è totale: si processa la tutela della salute e si normalizza l’indifferenza burocratica. Si colpiscono i medici che agiscono come anticorpi di un organismo malato, mentre si accetta come fisiologica la selezione operata dal razzismo istituzionale. L’efficacia di questi anticorpi professionali è oggi sotto attacco frontale. Ma il prezzo di questa sottomissione si misura in vite umane. Pochi giorni fa, nel Cpr di Bari, è morto Simo Said, un ragazzo di 25 anni, per riferite “cause naturali” al momento. Ma non esiste la “morte naturale” di un ragazzo di 25 anni, altrimenti sano, in un luogo di detenzione: è sempre una “morte istituzionale”, una morte di Cpr. Simo Said era stato dichiarato “idoneo” al trattenimento. Quella firma, quel nulla osta per il Cpr in cui si è verificato l’ennesimo decesso in custodia dello Stato, non porterà a nessuna perquisizione notturna, ma resta la prova di una medicina che, quando rinuncia alla sua autonomia, diventa ingranaggio della segregazione.

*Mai più lager - No ai Cpr