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di Marco Bresolin e Ilario Lombardo

La Stampa, 10 luglio 2025

Il Governo italiano in allarme per i flussi di migranti dall’Egitto verso la Libia. Mentre il governo italiano punta apertamente il dito contro i diplomatici dell’Unione europea per il pasticcio di Bengasi e la Commissione risponde che “noi non partecipiamo alla scaricabarile perché si trattava di una missione organizzata congiuntamente”, le conseguenze del clamoroso “respingimento” da parte delle autorità libiche del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, dei colleghi greco e maltese e del commissario Magnus Brunner iniziano già a produrre i primi effetti sul fronte migratorio. Con l’Italia che teme una nuova ondata di sbarchi nei mesi estivi.

Ieri il governo greco ha preso misure straordinarie: Atene ha deciso di sospendere per tre mesi l’esame delle domande d’asilo per chi arriva dal Nordafrica, di costruire un nuovo centro di detenzione in cui rinchiudere chi sbarca e ha annunciato che rimanderà in Libia tutti i migranti entrati illegalmente. Il primo ministro Kyriakos Mitsotakis ha voluto inviare “un messaggio chiaro ai trafficanti e ai loro potenziali clienti: le nostre porte sono chiuse e quindi soldi spesi (per la traversata, ndr) sono soldi buttati”. Da domenica circa duemila migranti sono sbarcati in Grecia. Gli ultimi 520 sono stati salvati ieri a sud di Creta. Dall’inizio dell’anno gli arrivi sono stati 7.300, contro i cinquemila dell’intero 2024. Per questo il premier ha deciso di usare il pugno duro “per un periodo iniziale di tre mesi”, decisione poi comunicata anche alla Commissione europea.

La questione investe tutti i Paesi membri, a partire dall’Italia che ora si trova teoricamente esposta alla possibilità che gli scafisti possano dirottare i migranti verso le coste nazionali. Le preoccupazioni del governo sono a più livelli, e spiegano anche il senso della missione dell’8 luglio finita con il divieto di sbarco del ministro Piantedosi, dei colleghi maltese e greco Byron Camilleri e Thanos Plevris, e del commissario europeo agli Affari Interni Brunner. La delegazione era arrivata in Cirenaica dopo la tappa a Tripoli - dove è in carica l’unico governo riconosciuto da Onu e Ue in Libia - per assicurarsi che non venisse meno il controllo sulle partenze degli uomini del generale Khalifa Haftar. Gli accordi, informali, prevedono rapporti bilaterali e investimenti in crescita con Bengasi, in cambio di un lavoro serrato sulle rotte dei migranti. Al generale viene chiesto di fare di più. I numeri degli sbarchi dalla Libia, infatti, stanno aumentando. Secondo i dati del Viminale, poco meno di 29 mila migranti sugli oltre 30 mila arrivati in Italia nel 2025 partono dalle coste libiche (anche se viene riconosciuto un maggiore impegno sia sul fronte del recupero in mare da parte della Guardia costiera locale, sia sul fronte dei rimpatri volontari assistiti). La sensazione degli italiani trasmessa a Bruxelles prima del viaggio è che la pressione migratoria in aumento sulla Libia possa rafforzare il potere di ricatto di Haftar, e dietro di lui dei suoi principali sostenitori, la Russia e la Turchia. Che la sponda sud del Mediterraneo - al netto dell’Ucraina - sia l’arma principale in mano a Vladimir Putin contro l’Europa è una convinzione che la premier Giorgia Meloni ha provato a condividere in tutti i summit, dal G7 al vertice Nato de L’Aja. Nessuno può fidarsi dei libici. E gli italiani lo sanno più di chiunque altro. Il governo di Tripoli guidato da Abdul Dbeibeh è sotto il controllo delle milizie. Omicidi eccellenti e guerriglia permanente non fanno dormire sonni tranquilli ai funzionari Ue e al governo italiano. In questo caos, il clan di Haftar, con i figli in ascesa, sembra offrire più affidabilità e dare più garanzie sul controllo del territorio. Così viene motivato da fonti diplomatiche lo spostamento strategico degli interessi del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, da Tripoli a Bengasi, assieme alla necessità di frenare le mire di Putin sui porti della Cirenaica, dopo il collasso del regime amico di Assad in Siria. L’Egitto è l’altra preoccupazione italiana, legata geograficamente alla porzione di Libia su cui regnano gli Haftar. Stanno aumentando gli arrivi dal Bangladesh e dall’area mediorientale infiammata dalla guerra di Gaza. Il governo del Cairo fatica a gestire i flussi di migranti, spesso lasciati passare al confine est libico. Queste sono le ragioni principali che hanno reso non rinviabile la visita a Bengasi dei ministri e del commissario Ue.

L’incidente diplomatico che li ha costretti a rientrare anzitempo, con l’etichetta di “persone non grate”, si è prodotto dopo che l’ambasciatore Ue in Libia, l’italiano Nicola Orlando, si era opposto all’”accoglienza” predisposta dal governo di Bengasi, non riconosciuto a livello internazionale. Per l’Ue un incontro con gli esponenti dell’esecutivo della Cirenaica avrebbe significato legittimarlo. Atteggiamento bollato ieri come “un eccesso di zelo” da parte del ministro Piantedosi, che in Libia è ormai un habitué ed è solito avere incontri a diversi livelli. Ma per la diplomazia di Bruxelles, molto attenta al rispetto dell diritto internazionale, si trattava di una linea rossa. “L’Ue ha una politica unica sulla Libia - ha precisato ieri un portavoce della Commissione - e collabora con il governo di unità nazionale (di Tripoli, ndr), riconosciuto dopo la mediazione Onu”. La Commissione ha confermato che durante la tappa in Cirenaica la delegazione aveva intenzione di incontrare “le forze armate libiche”, ma si è rifiutata di confermare esplicitamente un faccia a faccia con il generale Haftar.