di Claudia Baccarani
Corriere di Bologna, 11 agosto 2019
"Italiani, datemi i pieni poteri" ha detto Matteo Salvini davanti alla solita folla adorante, a Pescara. Il leader leghista che negli ultimi giorni tra crisi di governo e comizi forzati è apparso quanto mai provato ma comunque ben deciso a non arretrare di un millimetro, ha un pregio che nemmeno il critico più acceso non può non riconoscergli: quello che dice, tende a pensarlo (e a volerlo fare) davvero.
Che poi ci riesca, evidentemente è un altro affare, anche perché alla prova dei fatti spesso non dipende soltanto da lui. Non ancora, almeno, come pare vorrebbe. L'ultimo clamoroso caso è scoppiato a Bologna, terra ingrata di soddisfazioni per Salvini fino a questo momento (a differenza dell'amata e frequentatissima spiaggia romagnola).
L'occasione, la decisione del Tribunale di Bologna di bocciare il ricorso presentato dal Viminale contro la pronuncia del giudice Matilde Betti che, qualche mese fa, diede ragione a una richiedente asilo (armena) in merito all'iscrizione all'anagrafe del Comune di Bologna. In pratica, nella lettura salviniana i giudici, allora come ieri, con la loro decisione non avrebbero applicato la legge (in modo più o meno criticabile, ci mancherebbe), ma perpetrato un'offesa ad personam.
A cui rispondere con un attacco altrettanto ad personam. "Un'altra sentenza a favore degli immigrati, nonostante il ricorso del mio ministero. Il prossimo governo dovrà fare una vera riforma della Giustizia, non viviamo in una repubblica giudiziaria", ha tuonato. Affermazioni che mettono in dubbio uno dei principi fondanti l'ordinamento democratico italiano: la separazione dei poteri, di cui quello giudiziario è un pilastro irrinunciabile.
Perché con le sue affermazioni - affidate tra l'altro al solito cinguettio via social dalla sua potente macchina comunicativa - Salvini dice questo: la decisione non mi piace, quindi i giudici vanno messi nelle condizioni di non poterla più prendere. Insomma, se una legge va contro a quello che ho scritto in un decreto, si cambia la legge. O, chissà, magari un giorno addirittura i giudici stessi. I quali, tra l'altro, hanno anche un grande svantaggio rispetto a Salvini, non godendo certo di grande popolarità tra gli italiani.
Non per colpa del leader della Lega, in questo caso. Resta l'amaro in bocca per lo stillicidio di dichiarazioni e attacchi sollevati attraverso i social, come se il mezzo (il media), di per sé frivolo rispetto alle paludate (vetuste) dichiarazioni affidate a tradizionali comunicati stampa, potesse in qualche modo nascondere la gravità di certe affermazioni.
Non è così. Un ministro è un ministro e certe parole pesano, ovunque siano state pronunciate. "Propaganda", le ha liquidate il sindaco Merola. Forse, tuttavia l'assordante silenzio di voci e ragionamenti alternativi hanno consegnato a Salvini l'egemonia comunicativa (dunque politica, se i sondaggi di questi giorni dicono il vero) di questa torrida estate. Quando si arriva a parlare solo alle pance, è perché non si è più in grado di parlare alla testa degli italiani.










